Missoni Store
Patrick Kinmonth (concept), Space Architects (collaborative architects)
Los Angeles, 2010
Facciata composta da un telaio di acciaio con di fasce di alluminio verniciate a polvere opaca bianca
Il flagship store di Missoni a Los Angeles segna come un curioso oggetto abitabile l’angolo delle famose strade dello shopping di Beverly Hills, Rodeo Drive e il Santa Monica Boulevard. Marzorati Ronchetti ha realizzato e montato l’inconsueta ed espressiva soluzione di facciata che nelle intenzioni dei progettisti simboleggia e racconta i valori della tradizione produttiva Missoni. In effetti la complessa trama di bande di alluminio ad andamento ondulato irregolare poste in orizzontale ricorda l’intreccio dei fili di lana dei famosi prodotti di maglieria Missoni anche se, in questa sorta di “traduzione architettonica”, gli stessi sono epurati dal ricercato melange cromatico per proporsi come trama iconica scandita da un bianco assoluto. Le strisce di alluminio verniciate a polvere (alte 10 cm, spesse 8 mm e di lunghezza variabile da 50 cm a 7 m sono tra loro sovrapposte e sostenute, imitando le piegature dei fili lana sul telaio, su una struttura di acciaio celata e retrostante. Il parallelepipedo regolare del negozio è interamente ricoperto dall’intreccio così ottenuto, ben visibile dall’interno. La “pelle architettonica” è interrotta e scolpita dall’apertura della porta d’ingresso arretrata e da quelle delle vetrine passanti, che uniscono lo spazio vendita alla scena stradale. Negli spazi interni la luce del giorno filtra tra la trama di facciata creando riusciti effetti di luce e ombra, mentre nelle ore notturne gli spazi interstiziali ottenuti tra le fasce orizzontali si accendono con luci interne rendendo il monolito una forma porosa e scintillante, leggera e animata.
Chiosco polifunzionale e pensilina ATM
Antonio Citterio & Partners
Milano, 1999
Acciaio verniciato
Il progetto di Antonio Citterio & Partners per il chiosco polifunzionale e la pensilina ATM nel centro di Milano rimane uno dei pochi esempi di riferimento per la definizione di un modello di “arredo urbano” pensato come pratica architettonica rapportata ai luoghi e agli spazi d’intervento, piuttosto che un catalogo di “oggetti” da utilizzare in modo agnostico. Citterio opera in questa situazione con la sensibilità di un architetto attento alla riconoscibilità del luogo e alla sua dimensione, alla sua storia e al contesto monumentale dell’intorno. Non si tratta di offrire un macroggetto da ripetere in modo seriale, ma piuttosto di trovare una soluzione che sappia coniugare modernità e tradizione, senza cadere in atteggiamenti stilistici di stanco revival, come molte delle attrezzature urbane dei centri storici tendono a configurare in chiave di “nostalgia” dichiarata.
La struttura di acciaio verniciato si pone al centro dello spazio urbano affiancandosi ai binari del tram. Sotto la grande pensilina sostenuta da un sistema di pilastri centrali, da cui si diramano secondo una serrata geometria gli elementi strutturali a sbalzo di sostegno alle lastre di vetro acidato, si sviluppa l’essenziale chiosco ovale polifunzionale per gli operatori ATM. La sommatoria tra le due componenti del progetto, distinte tra loro ma parte di un sistema unitario, si offre come una soluzione di grande eleganza e modernità, che riconduce alle tipologie storiche senza ricalcarne figura e motivi decorativi. La cura del dettaglio e delle proporzioni, maturata da Citterio nella sua attività di industrial design, si traduce in questo progetto di scala maggiore che Marzorati Ronchetti ha eseguito con precisione e che rimane ancora come un valido contributo di qualità nel paesaggio urbano della città storica.
De Beers Store
Antonio Citterio & Partners
Los Angeles, 2005
Acciaio inox liscio e martellato, cristallo inciso
“La capacità del diamante di generare effetti di luce straordinari e la natura puramente astratta della sua materia sono stati gli elementi guida del progetto”. Così Antonio Citterio e Patricia Viel descrivono questa piccola e scintillante architettura calata nello sprawl della “Città degli Angeli”. Un edificio d’angolo che traduce nella sua immagine su strada la ricchezza e la luminosità dei gioielli esposti senza ovviamente percorrere la strada dell’edificio-pop. La facciata lineare segnata da tre fasce di acciaio marcapiano è composta da un complesso quanto efficace sistema a “doppia pelle” che sovrappone a lastre di acciaio inox martellate a mano dei cristalli incisi a linee tra loro perpendicolari che creano una sorta di “effetto tessuto” come nel precedente flagship store londinese, il tutto segnato dalla griglia di acciaio formata dai montanti metallici a specchio che celano un sofisticato sistema di fibre ottiche per l’illuminazione notturna. L’effetto è quello di un edificio che sfrutta la luce del sole accecante della città giocando sui riflessi variabili declinati dalle diverse ore del giorno. Una sorta di “diamante architettonico” dalla geometria elementare, in grado di comunicare con il segno della sola immagine il valore del suo contenuto. La trama geometrica di riferimento si spinge anche in copertura per presentare un ampio lucernario contornato di acciaio martellato in grado di catturare nell’interno la luce zenitale e un brano di cielo azzurro.
De Beers Store
Antonio Citterio & Partners
Londra, 2002
Bronzo, acciaio, legno e cristallo
La gioielleria De Beers aperta nella Old Bond Street londinese si proponeva come il primo flagship store della nuova immagine complessiva definita da Antonio Citterio e Patricia Viel per il famoso brand De Beers, fondato in Sudafrica nel 1888. L’esposizione di gioielli e diamanti è il tema guida dell’intero progetto affrontato dal punto di vista architettonico enfatizzando gli effetti di luce propri del vetro e il carattere astratto del cristallo. Il vetro, inciso a linee perpendicolari per formare un effetto velario, o completamente trasparente in lastra continua a tutt’altezza o in dimensione minore per definire essenziali teche espositive, è il materiale impiegato per scandire l’intero involucro spaziale in una successione di layer sovrapposti in grado di offrire la sensazione di un ambiente unitario e
allo stesso tempo di scandire in stanze compiute il percorso del negozio. La luce rimbalza tra i diversi spazi che garantiscono la necessaria privacy per la clientela, enfatizzando la brillantezza dei gioielli esposti. La leggerezza delle componenti di vetro si rapporta per contrappunto con la solidità e la compattezza dei materiali costruttivi di finitura impiegati come l’ebano e la pietra a pavimento, alcuni elementi nella stessa essenza per la lineare boiserie e per gli arredi su disegno. In questa calibrata definizione di un “lusso contemporaneo” lontano da ogni revival stilistico, Marzorati Ronchetti ha espresso la capacità di controllo trasversale di qualità ed esecuzione tra i diversi elementi e materiali chiamati alla definizione dello spazio, unendo a tutte le componenti metalliche (lampade e piani di bronzo, telai e particolari di acciaio) le altre lavorazioni necessarie alla completa configurazione dell’immagine complessiva.
Design Museum di Holon
Ron Arad Associates
Holon, 2010
Corten ossidato trattato con olio a base di pigmenti metallici colorati
Il Design Museum di Holon si inserisce in un più vasto programma di sviluppo culturale della città destinata a diventare il centro di riferimento della ricerca e della didattica per Israele. Se quello di Holon è il primo museo dedicato al design del Paese, l’edificio oltre ad affrontare nei suoi programmi l’impatto della cultura del design in relazione al disegno urbano e alla vita quotidiana, si offre come spazio flessibile e aperto all’organizzazione di eventi culturali, spettacoli, mostre. L’organizzazione degli spazi si caratterizza nella disposizione su due livelli di due grandi gallerie espositive che superano i duemila metri quadrati di spazi disponibili. Alla voluta razionalità e semplicità dell’articolazione planimetrica delle due gallerie museali risponde la complessità della soluzione esterna scandita nella facciata da una sovrapposizione di cinque fasce in Corten chiamate a formare un nastro architettonico continuo che si insinua tra le due gallerie e avvolge con andamento spiraliforme l’intera struttura edilizia negando ogni gerarchia dei fronti e trasformando il museo in una grande forma scultorea di riferimento urbano. La lunghezza dei nastri supera il chilometro per un peso di duecento tonnellate con una sfumatura cromatica che parte dal basso con una fascia più scura per poi sovrapporre tonalità più chiare grazie al trattamento della superficie metallica con finitura colorata a olio di pigmenti metallici. Le acrobazie del nastro scultoreo si inseriscono nel corpo architettonico passando sotto il volume della galleria del primo livello per creare un ampio porticato di accesso. Da qui il Corten si sviluppa e sale tra i due corpi disassati per definire una corte sospesa.
DuoMo Hotel
Ron Arad Associates
Rimini, 2006
Acciaio inox lucido, bronzo, acciaio al carbonio verniciato lucido
“Non voglio fare sentire le persone come se fossero a casa, perché non lo sono”. Con queste parole Ron Arad sintetizzava la presentazione dell’hotel duoMo riminese. Il “fattore emozionale” gioca quindi un ruolo importante nella definizione degli spazi ricettivi, dell’immagine complessiva e del fronte su strada, con un marcapiano di bronzo interrotto da pilastrini cromati, di questo hotel di design calato nel centro della capitale della riviera romagnola. Il lavoro svolto da Marzorati Ronchetti si è concentrato sul grande bar del piano terreno dove, una volta varcata la grande porta rosso acceso, a doppia anta e segnata da oblò centrale, si scopre un ambiente dove impiego e cura dei materiali (bronzo e acciaio lucido) si unisce in modo espressivo e formale alle scelte progettuali generali. Il bronzo riveste e disegna il grande bancone che si sviluppa centralmente a creare un’isola attrezzata che accerchia i pilastri rivestiti di acciaio a specchio, forma delle anse e si pone come elemento di riferimento. Le lastre, dello stesso materiale che formano il controsoffitto, scendono senza soluzione di continuità a rivestire le pareti che diventano sedute, arredi parte dell’architettura che da essa non si distaccano, ma ne fanno parte. Un “ambiente totale”, dove il metallo è protagonista, nella migliore tradizione dell’architettura d’interni che questo progetto di Ron Arad ha voluto rilanciare in chiave contemporanea e futuribile.
Tod’s Group Headquarters
Ron Arad Associates
Civitanova Marche, 1998
Acciaio inox lucido a specchio
L’esigenza di collegare due livelli nell’atrio della sede operativa del calzaturificio Tod’s di Diego Della Valle è occasione per Ron Arad di pensare a una grande “scultura funzionale”: una scala di acciaio pensata come una forma organica sorprendente che s’innesta nell’architettura, una grande “conchiglia” lineare che sembra in procinto di richiudersi diventando un monolito specchiante. Dal piano terreno la scala ubicata centralmente e ben rapportata allo spazio che l’accoglie, si offre come un’onda di acciaio da percorrere in salita, protetta da un elemento dello stesso materiale che funge da copertura sospesa e che concorre a disegnare la figura complessiva composta di due elementi sovrapposti e tra loro complementari. Al primo livello di sbarco le due componenti si congiungono con la stessa intensità, proponendosi come una forma avvolgente che ai gradini celati nell’onda sottostante affianca un efficace elemento superiore a sbalzo. Marzorati Ronchetti ha realizzato l’intero manufatto, ingegnerizzando ogni particolare e curando ogni fase del progetto nel dettaglio, dall’assemblaggio alla posa in opera.
Marni store
Sybarite
Londra, Sloane Street, 2003
Acciaio inox a specchio, cristallo
La grammatica compositiva definita da Future Systems per le boutique Marni, è ripresa e approfondita dallo Studio inglese Sybarite, composto da alcuni collaboratori di Jan Kaplicky che con lui avevano lavorato ai primi flagship stores. L’idea di geometria fluida e di “ambiente totale” scandito dall’involucro interno, dal sistema di display e dall’uso di materiali e colori, è perseguita con convinzione e perfezionata da Sybarite nello sforzo compositivo d’insieme. Nel negozio londinese di Sloane Street il sistema di appenderia di acciaio inox fluttua nello spazio come un insetto che si estende sui due livelli disponibili, sottolineando la dimensione scultorea e la valorizzazione dell’impiego del metallo specchiante nella trasformazione, senza soluzione di continuità, del tubo sinuoso di riferimento in piani di appoggio, ripiani e basi espositive. L’aspetto fortemente plastico del sistema display è sottolineato dall’andamento dell’involucro murario, in parte trattato con resina bianca lucida, dalla scala metallica contenuta all’interno di un taglio tondeggiante ricavato nella superficie di appoggio, dal divano curvilineo di prova, dalle luci indirette ricavate in vani ameboidi che interrompono il soffitto rosso acceso, colore che si ripete lungo la scala interna e per il marchio Marni fissato al muro. Per il punto vendita a Los Angeles, offerto in prospettiva dalla vetrina bordata di acciaio, la palette materica ha privilegiato colori tenui e una pavimentazione di legno chiaro, in uno spazio unitario dove fluttua liberamente e in totale leggerezza il disegno quasi “botanico” del sistema di appenderia sempre di acciaio specchiante, declinato anche in piccoli tavolini espositivi multipiano che ricordano una stilizzata figura floreale.
Marni store
Sybarite
Londra, Selfridges, 2003
Marni store
Sybarite
Los Angeles, 2004
New Look flagship store
Future Systems
Londra, Oxford Street – Portman Street,2003
Acciaio inox lucido a specchio, sfere di vetro satinate
A Londra, all’angolo tra Oxford e Portman Street, nel cuore dello shopping esclusivo del centro della città, il flagship store della catena New Look poteva sembrare fuori luogo rispetto al target della clientela delle boutique esclusive dell’intorno. Per renderlo più accattivante e in un certo senso ben visibile, dal punto di vista della comunicazione del marchio tradotta in chiave architettonica, lo studio Future Systems ha affrontato il tema del negozio (sviluppato solo al primo livello dello stabile) lavorando sull’angolo d’ingresso segnato da un pilastro centrale e limitato allo spazio di due vetrine tra loro ortogonali. L’idea è stata quella di liberare l’intero spazio disponibile e di costruire una grande scala monumentale in grado di configurarsi come Landmark e segno di richiamo per lo spazio vendita da raggiungere al primo piano. La scala di acciaio inox ingloba al suo interno il pilastro strutturale e si apre a cono verso l’ingresso per rastremarsi salendo verso l’alto e collegarsi a una balaustra dello stesso materiale che si apre sullo spazio sottostante. Lucida e specchiante, dalle forme bombate e fortemente pronunciate per essere un volume riconoscibile e inequivocabile, la grande scala presenta le pedate dei gradini e il pianerottolo d’arrivo composti da migliaia di sfere di vetro satinate e affogate nella resina; l’effetto è quello di una nevicata, soffice e leggera, che si contrappone all’acciaio inox della struttura che la contiene.
Asticus Building
LDS Lifschutz Davidson Sandilands
21 Palmer Street, Londra, 2006
Acciaio inox lucido a specchio e vetro nero
Un progetto per una hall d’ingresso di un edificio per uffici londinese che trova ispirazione e rimandi allusivi nell’installazione “20:50” che l’artista Richard Wilson fece nel 1987 alla Saatchi Gallery di Chelsea. L’idea di Wilson fu quella di creare un percorso in trincea contenuto da lastre di lamiera grezza che tagliava un piano rialzato coperto da un vetro nero riflettente esteso per l’intera superficie della stanza oggetto d’intervento. Il riflesso creava una sorta di specchiatura profonda e misteriosa in bilico tra dimensione solida e liquida, in grado di alterare la percezione e il senso dello spazio.
La tensione artistica dell’installazione di Wilson si ritrova, tradotta in chiave di macroarredo, nel grande mobile scultoreo della reception che, come una sinuosa isola specchiante con piano a doppio livello, riprende il vetro nero riflettente per le superfici orizzontali, mentre l’intero perimetro dei corpi verticali è stato pensato di acciaio lucido. Due scuretti rientranti separano virtualmente l’appoggio del grande bancone dal pavimento e quello del volume minore da quello sottostante. La perfetta esecuzione della superficie di acciaio specchiante, priva di segni di giunzione, permette di assorbire, dilatare e distorcere l’immagine dello spazio dell’intorno, le diverse luci del giorno, il flusso dei visitatori, rendendo il banco reception un punto di riferimento a livello compositivo e dinamico.
Marni Store
Sybarite
Milano, via Spiga, 50, 2005
The British Museum / Great Court
Lord Norman Foster & Partners
Londra, 2000 - 2006
Acciaio inox micropallinato, lamiera nera cerata e vetro acidato retrolaccato, bronzo e cristallo
Foster & Partners ha elaborato il grande progetto della copertura trasparente della Great Court centrale trasformando un importante spazio centrale non utilizzato della città in un luogo d’incontro e di accesso al museo nella sua complessità tematica e distributiva. Accanto al progetto architettonico, Foster & Partners ha definito l’immagine di alcuni arredi di servizio, di banchi reception informativi, elementi di segnaletica visiva e sonora, in grado di integrarsi al progetto complessivo e di emergere in modo discreto, come segni lineari e contemporanei, dagli ambienti dell’edificio storico che li accoglie. Marzorati Ronchetti ha eseguito e prodotto gli arredi su disegno pensati dal famoso studio di progettazione inglese vantando il primato di essere l’unica azienda presente con un bancone reception in curva (lamiera nera cerata con pannelli di vetro retrolaccati di bianco) all’interno della storica restaurata “Reading Room” circolare dove non è ammessa la presenza di alcun arredo contemporaneo. Un’altra grande reception circolare (acciaio inox micro pallinato con pannelli di vetro retro laccati di bianco) si pone come fulcro di riferimento nella “Great Court” insieme al lineare e preciso sistema informativo del Museo composto da totem e pannelli incorniciati autoportanti. Marzorati Ronchetti ha eseguito inoltre leggere ringhiere di protezione per le sculture, un “Explaining Desk” in bronzo e, dello stesso materiale abbinato a lastre di cristallo in curva, un curioso cilindro aspirante ubicato all’ingresso, attivato da un meccanismo pneumatico sull’intero bordo circolare, per le donazioni del pubblico a favore dell’attività del museo.
Casa Privata
Fabio Trentin
Milano,1995
Casa Privata
Studio Cerri & Associati
Segrate (Milano)2001
Acciaio inox a specchio
Il disegno degli interni di una casa privata per un collezionista di eccezionali opere d’arte moderna, è assunto da Pierluigi Cerri come una sfida per coniugare la dimensione e il comfort degli spazi domestici con l’esigenza di valorizzare al meglio la collezione d’arte dal punto di vista della sua visibilità e fruizione. Uno degli spazi della casa è stato messo in collegamento con quello sottostante grazie a una grande apertura praticata nel solaio che unisce in unico ambiente i due livelli e crea un ballatoio lineare e leggero, con balaustra in lastre di cristallo temperato prive di struttura di sostegno. All’interno del taglio rettangolare che incide la soletta, cui corrispondono a soffitto tra grandi lucernari circolari che catturano la luce del giorno portandola nella casa in modo zenitale, si sviluppa la scala a chiocciola di collegamento realizzata da Marzorati Ronchetti. Questa è pensata come un’essenziale scultura di acciaio a specchio che si avvolge come un nastro continuo riflettente attorno a un pilastro centrale dello stesso materiale, creando un efficace gioco di riflessi e distorsioni anamorfiche che catturano le immagini delle opere collocate all’intorno.
Casa Privata
Antonio Citterio & Partners
Lecce, 2004
Biblioteca Santi Elena e Costantino
Studio Italo Rota & Partners
Palermo, 2007
Acciaio inox a specchio, acciaio al carbonio laccato
Autore del progetto di utilizzo e reinvenzione dello spazio della biblioteca è Italo Rota che, con il suo studio, ha affrontato il difficile tema di operare all’interno dell’antica storica architettura assumendo lo spazio come scena fissa in cui operare con nuove figure di riferimento. Nella convinzione di mantenere intatta la struttura, i materiali e le decorazioni dell’ex oratorio, il progetto ha creato un forte rapporto di confronto e contrappunto enfatizzando l’atmosfera e le tensioni spaziali, lavorando sulla verticalità, sulla creazione di un paesaggio d’interni fatto di riflessi, di rimandi e di colori che non celasse le impronte e l’ambiente originari. Nella sala d’ingresso, caratterizzata dalle cappelle laterali, da un pavimento a scacchi marmorei bianchi e neri, da una copertura a capriate di legno, e dal pulpito sospeso dello stesso materiale con decorazioni dipinte, si è lavorato nella parte centrale, staccandosi volutamente dal perimetro architettonico. Una sorta di “bosco artificiale” è scandito da nove strutture verticali a fungo di acciaio inox a specchio concluse da grandi dischi bianchi che riflettono la luce irrorando in modo indiretto l’intero oratorio. Marzorati Ronchetti, insieme agli elementi verticali tecnologici riflettenti, che contengono impianti per l’illuminazione, ha realizzato la libreria di acciaio colorato su disegno, anch’essa assunta come elemento figurativo chiamato ad attivare un confronto tra vecchio e nuovo in un’unica sintesi compositiva che indica innovative strade e possibilità per la delicata pratica del costruire all’interno di monumenti storici.
Ristorante Per Se
Tihany Design
New York, 2004
Bronzo acidato finito a cera, lamiera di bronzo fresato, acciaio inox a specchio e in finitura shot-peened
Ubicato nell’area di Columbus Circle e affacciato sul Central Park newyorkese, “Per Se” celebra a Manhattan la cucina del celebre cuoco californiano Thomas Keller e del suo famoso locale The French Laundry di Yountville. Adam Tihany, esperto architetto nel campo dell’interior’s restaurant in quanto non solo capace designer, ma raffinato cultore del buon cibo, ha configurato un ambiente in grado di unire tradizione e contemporaneità, memoria figurativa e sperimentazione materica. Così se le sedie che accolgono i commensali ricordano i classici ed eleganti ristoranti d’altri tempi nella loro rassicurante figura scandita da legno, parti in tessuto imbottito e fianchi di paglia di Vienna, così come il grande tappeto moquette di una porzione del locale, ecco che un pavimento di lastre di bronzo fresato a pettine a simulare tesserine accostate, insieme a travi a soffitto dello stesso materiale si uniscono all’uso dell’acciaio inox a specchio (la service station e la service Gueridon) mentre una teca di cristallo fluttua sospesa nello spazio affiancandosi a una cornice di acciaio opaco che riprende il trattamento della ringhiera geometrica che segna il salto di quota che arricchisce il movimento della sala.
30 St Mary Axe
Arredi per la hall
Foster & Partners
Londra, 2004
Acciaio inox e vetro
Opera dell’ufficio Norman Foster & Partners la torre per uffici denominata 30 St Mary Axe o più comunemente The Gherkin (Il cetriolo) segna come inequivocabile icona del nuovo millennio lo skyline londinese della City. Oltre a proporsi nel paesaggio urbano come un nuovo landmark, assunto come una delle emergenze architettoniche londinesi, l’edificio disegnato da Foster & Partners impiega innovativi metodi di performance energetica, costituendo uno dei primi esempi di “grattacieli ecosostenibili” del pianeta. Accorgimenti progettuali sostanziali permettono di ridurre l’impiego di energia di circa il 50% con intercapedini in ogni piano con sei condotte che permettono di fare confluire nell’interno la ventilazione naturale. Le condotte estraggono l’aria calda dall’edificio durante i mesi estivi raffreddandolo, mentre per l’inverno un sistema di riscaldamento solare passivo garantisce una temperatura adeguata. Per questo prestigioso edificio contemporaneo Marzorati Ronchetti ha eseguito i banconi della reception e i tornelli di sicurezza d’ingresso su disegno dello studio Foster & Partners. Realizzati in acciaio inox e vetro i lunghi banconi segnano il perimetro delle partizioni interne disegnando due fasce scure specchianti con un doppio ripiano di acciaio posizionato in zone prestabilite per segnalare i punti d’informazione e di accoglienza per il pubblico dei visitatori.
New Opera House
Ron Arad Associates
Tel Aviv, 1994
Acciaio laccato e acidato, tubi di bronzo ø 1,5 cm
L’opera di Tel Aviv, uno dei progetti culturali più ambiziosi di Israele, progettata dall’architetto Yaacov Rechter, si poneva anche lo scopo di proporsi come un nuovo centro urbano per la città. Per questo al suo fianco si sviluppano spazi pubblici quali una biblioteca, palazzi per uffici, un museo, il Ministero della Difesa. Il tema del foyer del teatro diventava così una sorta di spazio simbolico, un luogo anzitutto e non uno spazio di passaggio, che sapesse comunicare in chiave tridimensionale l’importanza di uno spazio pubblico innovativo e di grande richiamo. Tra vari progettisti internazionali Ron Arad fu scelto per dare un’immagine all’atrio d’ingresso pensato come “cerniera ambientale” tra città e sala concerti, un foyer estroverso capace di accogliere, fare incontrare i visitatori durante le pause che accompagnano l’esecuzione dell’opera lirica; uno “spazio sociale” quindi dove il pubblico dell’élite culturale si incontra, discute, partecipa alla vita pubblica in modo informale, ma non meno significativo delle occasioni ufficiali. In un’epoca in cui la modellazione tridimensionale cad era ancora agli albori, la vorticosa geometria compositiva definita da Arad per questo interno prestigioso, fu tracciata a mano nello stabilimento di Marzorati Ronchetti di Cantù per essere poi restituita in chiave tridimensionale con pareti ad andamento variabile, che si trasformano in panche continue e librerie, costruite con tubi di bronzo accostati uno all’altro sostenuti da montanti di acciaio brunito. Una complessa “pelle architettonica” chiamata a rivestire anche alcuni pilastri centrali.
Boutique Emanuel Ungaro
Antonio Citterio & Partners
New York, Roma, Londra, Grenelle, 1999-2000
Negozio Y'S Yamamoto
Ron Arad Associates
Tokyo, Rappongi, 2003
Alluminio verniciato a polvere
Per la sua linea prêt-à-porter “Y’s” il famoso stilista giapponese Yohji Yamamoto incarica lo studio di Ron Arad di realizzare il flagship store della nuova catena di punti vendita. L’idea di Arad è quella di riportare lo spazio disponibile a un unico ambiente privo di segni esterni e quindi di coprire e nascondere i pilastri trasformandoli in funzionali figure di richiamo, immagine dello spazio in sé caratterizzato da leggerezza e movimento. Gli stessi materiale e soluzione di dettaglio sono impiegati per rivestire i quattro pilastri della sala, ma qui le fasce si piegano arrotolandosi all’intorno degli elementi strutturali per comporre una serie di “alberi astratti” che lungo lo sviluppo del loro fusto diventano piani di appoggio, elementi di display e figure di riferimento accogliendo sui rami, quali “frutti preziosi” e in continuo cambiamento, le diverse collezioni esposte. La fluida e differente figura dei quattro fulcri espositivi, realizzati da Marzorati Ronchetti insieme al bancone complementare, è sottolineata dal movimento meccanico rotatorio degli stessi, attivato da motori meccanici elettronici nascosti all’interno della sovrapposizione degli anelli metallici. L’intensità della velocità varia rispetto alle diverse ore del giorno e alle differenti esigenze espositive: velocissimo di notte, lentissimo al mattino, per seguire le esigenze di funzionamento del negozio e la sua immagine offerta al pubblico 24 ore su 24.
Giuliani Headquarters
Croci Marcaccio Architetti,
Milano, 2005
Acciaio inox lucido
L’idea di pensare all’arredo in chiave di architettura, di fare del disegno del mobile una componente del progetto architettonico sino a farlo diventare uno strumento in grado di sottendere un’idea di spazio più ampia e programmatica, appartiene alla storia del “design italiano” e della cultura dello spazio del nostro Paese, sin dai tempi del Rinascimento. Per l’ingresso di un palazzo per uffici a Milano, uno spazio di piccole dimensioni affiancato a un ingresso carrabile, i progettisti hanno pensato di risolvere il tema della reception e del controllo dei passaggi pedonale e veicolare, con un grande bancone di acciaio a specchio in grado di assecondare la dimensione contenuta dello spazio architettonico e di rappresentare allo stesso tempo l’immagine dell’azienda in chiave dinamica e contemporanea. Il banco reception si piega su se stesso formando una “U” irregolare offrendo un piano di appoggio a varie profondità e una scrivania di lavoro a un’altezza inferiore organizzata sul lato interno. Il monolito specchiante si distacca virtualmente dal contatto con la pavimentazione di marmo creando un calibrato distacco che arricchisce la soluzione compositiva e il volume d’insieme. La lavorazione accurata delle giunzioni e la resa perfetta quale elemento unitario, concorrono a valorizzare il riflesso sulla superficie esterna che amplifica in modo distorto l’ambiente dell’intorno.
Policromi
Marco Zanuso Jr.
Parigi, La Galerie Italienne, 2006
Lamiera di ferro tagliata a laser e pressopiegata saldata e laccato lucido a diversi colori
L’edizione in serie limitata “Policromi”, prodotta dalla Galerie Italienne e realizzata da Marzorati Ronchetti si configura come una famiglia di oggetti e arredi dai colori vivaci che comprende tavoli e sedie, sgabelli, sedute e tavolini e un curioso porta caramelle da tavola che segue la forma ancestrale della barchetta in carta piegata che ognuno di noi faceva da bambino. All’idea della “carta piegata” e all’arte giapponese dell’origami si riconduce l’idea della collezione che sostituisce al materiale cartaceo la lamiera di acciaio. Ogni pezzo della collezione “è concepito un po’ come fosse un origami … Si parte dai fogli di acciaio; le lastre sono incise o tagliate con il laser, poi piegate e saldate. Non solo, i vari pezzi sono disegnati con una geometria particolare che crea un effetto percettivo mutevole: guardando l’oggetto da posizioni diverse è come se peso e forma cambiassero creando un’immagine ogni volta diversa” (M. Zanuso). A questo effetto di “spaesamento” e di aspetto mutevole dell’oggetto concorre anche la geometria delle colorazioni, vivaci e quasi fauve, che in chiave di rilettura contemporanea di alcuni arredi futuristi “spezzano” le geometrie di riferimento sottolineando allo stesso tempo scatti e volumi complessivi.
L’accurata esecuzione di ogni singolo pezzo si unisce alla perfetta verniciatura delle parti che cela, sotto i colori saturi che richiamano la maschera di Arlecchino, la materia dell’acciaio.
Circo di Lune
Monica Guggisberg e Philip Baldwin,
Venini, Murano, 2003
Acciaio acidato con sfere di vetro di Murano soffiato
Gli artisti Philip Baldwin e Monica Guggisberg (nati rispettivamente a New York e a Berna) hanno lavorato con il vetro di Murano approfondendo le qualità materiche ed espressive del materiale e dei possibili impieghi e lavorazioni.
La scultura in serie limitata “Circo di lune” si pone come una sorta di piccola “parete espressiva” delle dimensioni di un metro e mezzo di lunghezza e di quarantacinque centimetri di altezza per circa quindici centimetri di profondità, che abbina alle sfere di vetro colorato soffiato la materia del metallo, in un felice contrappunto materico e cromatico.
I telai metallici diventano così “cornici” portanti per contenere la sovrapposizione delle sfere colorate attraversate dai sostegni verticali ad andamento sinuoso. Gli artisti hanno lavorato in azienda fianco a fianco con gli operai scegliendo la disposizione delle sfere e l’alternarsi delle loro dimensioni e colori, perfezionando l’andamento dei montanti e il loro orientamento, trasformando le officine Marzorati Ronchetti in una sorta di improvvisato atelier d’arte e testimoniando la versatilità e l’apertura alla sperimentazione diretta dell’azienda e delle sue risorse umane.
Totem Alessi
Future Systems
Venezia, Biennale d'Arte, 2002
Struttura interna in dischi di ferro sagomati al laser, esterno in tesserer di acciaio inox
“Next” era intitolata l’ottava Biennale di Architettura di Venezia curata da Deyan Sudjic. La mostra si proponeva di rispondere alla domanda su come sarebbe stata l’architettura del futuro. Abitazioni e Musei, Lavoro e Negozi, Spettacolo e Interscambio, Formazione, Chiesa e Stato erano i principali temi di riferimento cui si aggiunse la mostra “Città delle Torri”, in collaborazione con Alessi, in cui si raccolsero dei modelli di grattacieli futuribili (con spettacolari riproduzioni in scala 1:100) richiesti ad alcuni dei più prestigiosi architetti impegnati sulla scena internazionale. A un anno dall’11 settembre, data della distruzione delle Twin Towers newyorkesi, la mostra sottolineava a livello simbolico il rinnovato interesse per la crescita in verticale delle città del mondo e il ruolo del grattacielo come uno degli elementi rappresentativi della modernità. Tra i vari modelli quello dello studio inglese Future Systems fu commissionato a Marzorati Ronchetti che realizzò la struttura di acciaio. Il modello si configurava come una fluida forma astratta, un monolito inclinato radicato al suolo con un’estensione della sezione del fusto ad andamento ellittico variabile. Una grande asola caratterizzava la sommità della torre pensata come un forte segno iconico, autoreferenziale e celebrativo.
Spun (Coriolis)
Thomas Heatherwick
Haunch of Venison Gallery, London, 2011
Acciaio al carbonio e ottone bronzato
La sedia Spun (Coriolis) commissionata alla Marzorati Ronchetti dalla galleria Haunch of Venison, prodotta in una prima versione in materiale plastico dalla ditta Magis, è stata presentata in occasione dell’evento “Interni Mutant Architecture & Design” organizzato dalla rivista “Interni” nel Fuorisalone 2011. Ispirata alla forza di Coriolis (il fisico francese che nel 1835 descrisse l’apparente deformazione di un oggetto quando si osserva il suo moto da un sistema di riferimento che sia in moto circolare rispetto a un sistema di riferimento inerziale) è stata realizzata da Marzorati Ronchetti a mano e in quattro finiture sperimentali che esaltano l’espressività del metallo. La sedia presenta un effetto ripple, una rigatura superficiale ad andamento orizzontale che enfatizza il movimento di rotazione. Il bordo e il piede della sedia sono rivestiti di pelle in modo da attutire l’attrito e il rumore dello sfregamento sul pavimento. Ogni sedia è composta da sei rotazioni di metallo, saldate e lucidate per creare una superficie uniforme.
Con questa sedia Heatherwick gioca con l’idea di una scultura statica che diventa un oggetto ludico di design, ricco di quel “gioco sapiente” che sarebbe piaciuto ad Achille e Pier Giacomo Castiglioni. In posizione verticale, Spun (Coriolis) si presenta come un scintillante vaso scultoreo; solo in posizione inclinata rivela le molteplici opportunità connaturate alla sua forma che consente a chi si siede di ruotare con un movimento circolare, fino a compiere un cerchio completo.
Rocker Chair
Ron Arad Associates
Triennale di Milano, 2005
Giant Rock
Arick Levy
Università Stale di Milano, 2008
Acciaio lucidato a specchio
Presentato per la prima volta a Milano durante l’evento “Interni Green Energy Design”, la “scultura ambientale” Rock Giant del designer Arik Levy (classe 1963) si configura come un punto d’incontro tra naturale e artificiale, offrendosi come un menhir specchiante orizzontale o verticale, che riflette il paesaggio dell’intorno sottolineando il proprio valore iconico e monolitico. La serie Rock è stata declinata in varie scale (due erano presenti durante l’evento di “Interni”) e a tale proposito Levy afferma: “nei grandi spazi esterni [queste rocce metalliche] sembrano prodotti da una civiltà progredita. In un interno sembrano nati da una natura a noi più familiare. Il riflesso generato dall’architettura antica sulle rocce d’acciaio crea un legame anche visivo tra passato e futuro”.
Nella corte d’onore dell’Univesità Statale di Milano i prismi specchianti assorbivano sulla loro superficie l’architettura classica dell’edificio scomponendola secondo le sfaccettature di acciaio della loro soluzione formale. Calato in un bosco o in un giardino fiorito Rock Giant diventa un elemento che “appare e scompare”, riflettendo i visitatori e l’ambiente. Una sorta di macroggetto magico, un meteorite di acciaio che rappresenta allo stesso tempo l’unicità e la serialità del mondo quotidiano definito a livello simbolico dalle molteplici sfaccettature della sua superficie.
Stand By / Scultura Luminosa
Aqua Creations – Ayala and Albi Serfaty
Valencia, 2002
Acciaio inox lucido e seta
Stand By è il nome di un grande lampadario pensato come un’installazione permanente a cavallo tra due livelli dell’ampio spazio architettonico del Museo Oceanografico di Valencia, disegnato da Santiago Calatrava. Al centro del padiglione a volte affiancate, il grande sistema di luci si pone come un omaggio al mondo sottomarino oscillando tra il regno animale e quello vegetale. La cascata dei dischi di seta sovrapposti, organizzati su una struttura radiale di acciaio inox di 13 metri di diametro, ricorda allo stesso tempo un branco d’innocue meduse e una colorata pianta marina a scala gigante.
La struttura, visivamente di grande leggerezza, sembra fluttuare sospesa nello spazio; l’effetto di flessione dei bracci cui sono fissate le singole lampade rivestite di seta è verificato da complessi calcoli statici. Il fusto centrale, cuore dell’installazione da cui partono e si intrecciano i sottili tondini di acciaio che compongono il sistema delle luci, si propone come un nocciolo bombato, stretto e lungo, rastremato alle estremità sino a disegnare due punte conclusive da cui partono i cavi principali che tengono in tensione l’intera complessa struttura.
Ribbon, Hilton Park Line Hotel
United Designers Europe
Londra, 2006
Ottone lucido e ottone acidato
Presentata ancora in fase di lavorazione presso la Triennale di Milano durante il Fuorisalone del 2006, la grande scultura a nastro è sospesa oggi al centro del ristorante dell’Hilton Park Lane di Londra dove emerge, fluttuando sospesa al soffitto, quale fulcro visivo di riferimento. Realizzato in due nastri di ottone a diversa finitura (lucido e acidato) che si abbracciano tra loro in modo apparentemente casuale, la scultura Ribbon si sviluppa per 13 metri di lunghezza scintillando nel vuoto e valorizzando le proprietà del materiale impiegato. Inventando una sorta di nuova tipologia, il lampadario a luce indiretta orizzontale Ribbon è composto da due lunghe fasce di ottone con spessore di 3 millimetri e larghe 45 centimetri che, avvolte tra loro in un intreccio scultoreo, sono incorniciate da un’ampia nicchia ricavata nel controsoffitto caratterizzata da una luce indiretta che si diffonde da tutta la gola perimetrale. La luce rimbalza sulla scultura che diventa elemento rifrangente a geometria variabile, in modo da disegnare diversi e mutevoli riflessi, caratterizzati dalle piegature e dall’andamento del corpo complessivo, dalla lucentezza dell’ottone lucidato che si unisce al tono più cupo dello stesso materiale anticato. Un manufatto ibrido che oscilla tra installazione artistica e oggetto luminoso, che sottolinea la cura di esecuzione e di finitura che Marzorati Ronchetti persegue con attenzione in ogni scala d’intervento.
Acquae
Future System
Triennale di Milano
Biennale di Venezia, 2004
Acciaio inox lucido
L’installazione “Acquae” è stata presentata e pensata appositamente per l’evento “Dining Street Design” organizzato dalla rivista “Interni” presso la Triennale di Milano durante il Fuorisalone del 2004. L’evento proponeva l’incontro della cultura architettonica e del design e il mondo dell’alimentazione, sempre più coinvolto per modi e consumi dal “sistema del progetto” in senso lato. Le installazioni presenti in mostra si proponevano di offrire nuovi scenari figurativi e progettuali per la costruzione di una serie di “chioschi” stradali sperimentali per il consumo di cibi e bevande. “Acquae”, abbinato a San Pellegrino e Acqua Panna, si proponeva come una grande goccia di acciaio perforata da cilindri-contenitori per le bottiglie e con un vano-lavabo per il ghiaccio posto all’estremità, in grado da rispondere alle esigenze di un improbabile quanto seducente punto vendita e consumo stradale per l’acqua minerale in bottiglia. “Acquae” è un espositore-scultura di nove metri di lunghezza e cinque di larghezza, formato da una struttura interna in lamiere di ferro (spessore 20/10 tagliate al laser) con incastri a pettine e saldate in modo da creare una griglia sagomata verniciata color nero. La struttura è celata all’interno del grande guscio esterno composto da tessere in lamiera di acciaio inox saldate le une alle altre con un laborioso e sapiente procedimento manuale denunciato dai segni della lucidatura lasciati a vista ancora allo stato intermedio.
Sul lato superiore di questa pelle di acciaio sono collocate sedi cilindriche per le bottiglie che, poste in perpendicolare, concorrono a enfatizzare i riflessi di luce e a disegnare il manto dell’espositore-scultura presentato anche alla IX edizione della Biennale di Venezia di Architettura presso il Padiglione Venezia.
Open Secret
Sir Anthony Caro
Londra, Ivory Press, 2003
Acciaio inox lucido, bronzo e ottone lucidi
Una scultura metallica pensata dall’artista Anthony Caro come un libro prezioso e simbolico. All’idea del libro come oggetto millenario, e alla lettura come processo di conoscenza e di attività umana necessaria per ogni civiltà (“leggere significa affrontare qualcosa che sta proprio cominciando a esistere”, scriveva Italo Calvino) si riconduce l’opera realizzata in stretto rapporto con Marzorati Ronchetti.
Il lavoro di modellazione, definizione e modifica delle “pagine” e dell’intero volume è stato affrontato nello studio londinese dell’artista, valutando alternative per giungere alle scelte finali. Un meccanismo celato all’interno della scultura, appositamente progettato e realizzato, consente di aprire senza sforzo la pagina metallica offrendo la stessa sensazione di sfogliare una pagina di carta grazie a un sistema di frizioni e di micro martinetti che assorbono il peso reale e consistente di parte della scultura. La scultura è stata pensata in serie limitata; ogni pezzo è stato costruito e rifinito a mano dando ai metalli impiegati una suggestiva patina materica che valorizza il volume complessivo di ogni pezzo e l’andamento plastico delle sue forme.
The 70’. Il decennio lungo del secolo breve
Studio Italo Rota & Partners
Triennale di Milano, 2007
Lamiera nera cerata
Organizzata alla Triennale di Milano nell’autunno del 2007, la mostra dedicata agli anni settanta, a cura di Gianni Canova e allestita da Mario Bellini, si articolava “come un percorso labirintico dentro uno dei periodi più ricchi, complessi e contraddittori della nostra storia recente. Senza effetti di nostalgia, ma anche senza furori liquidatori. Piuttosto, con la volontà di offrire ai visitatori anche molto giovani un’occasione di riflessione aperta prospetticamente da quegli anni fino al nostro presente”. All’interno della mostra una serie di installazioni ripercorreva il decennio in oggetto con rimandi a parole chiave (viaggio, corpo, conflitto, corteo ecc.) o ricorrendo a figure emblematiche (Aldo Moro, Pierpaolo Pasolini), nel tentativo di creare un “mosaico” figurativo e tematico in grado di ricostruire drammi e passioni, mode e fenomeni del “decennio lungo del secolo breve”. L’installazione di Italo Rota, realizzata da Marzorati Ronchetti, si offriva come sorta di setto simbolico costruito in lamiera nera cerata. Dalla forma a “L” l’elemento autoportante presentava alle estremità le figure stilizzate dell’uomo e della donna (ritagliate a laser nella lamiera),
assunte come riferimento del “racconto” tradotto in quattro cilindri girevoli contenuti nella struttura metallica. Un racconto per episodi del tempo dedicato alla celeberrima partita di calcio Italia-Germania (4 a 3), alla nascita e diffusione delle droghe sintetiche, all’immagine antropomorfa ed esoterica del Machu Picchu visto dall’alto, alla filosofia New Age e al tema del “viaggio”.
Good N.E.W.S.
Stanza delle Origini
Studio Italo Rota & Partners
Triennale di Milano, 2006
Acciaio inox specchiante e spazzolato
La “Stanza delle origini” (o anche “Casa di Adamo’) è un’installazione realizzata da Marzorati Ronchetti e disegnata da Italo Rota per la mostra dedicata ai grandi temi dell’architettura tra passato e presente, organizzata dallo stesso Rota con Fulvio Irace presso la Triennale di Milano. La “Stanza delle origini” affrontava il tema delle origini dell’architettura nel rapporto tra uomo e spazio abitabile. La forma della tenda, lucida e specchiante all’esterno e opaca nell’interno, rimanda al primo ricovero per l’uomo nomade e allo stesso tempo la trama tatuata su tutta la superficie a laser del frontespizio del trattato settecentesco dell’abate Marc-Antoine Laugier sull’origine dell’architettura dalla natura (1753), con la nascita del mito della “capanna arborea” quale radice figurativa degli ordini architettonici, rimanda ai temi base di ogni progetto costruito. Infine la cucitura “tessile” dei singoli pannelli di acciaio, curvati appositamente per dare un effetto di cedimento morbido, riconduce alla lezione di Gottfried Semper sul tema dell’arte tessile e sulla “pelle dell’architettura”.
Sardine Box
Giombini Kind
Index fair Dubai, 2005
Ferro acidato con riflessi cangianti, acciaio inox a specchio, vernice nera lucida
La sardina è il pesce che forse meglio rappresenta a livello simbolico, della cucina popolare, del valore alimentare del “pesce azzurro”, le caratteristiche ittiche dell’area del Mediterraneo.
L’idea di assumere la sardina come icona di riferimento per lo stand Marzorati Ronchetti presentato alla Fiera Index di Dubai, e di impiegare la sua forma stilizzata per offrire esempi di lavorazione del metallo dell’azienda gioca sul contrappunto tra elemento alimentare proprio alla cultura popolare e il “lusso” dell’oggetto metallico declinato in varie finiture quali ferro acidato con riflessi cangianti verdi e violacei, acciaio inox a specchio, vernice nera lucida. Michelangelo Giombini ha pensato allo stand di Marzorati Ronchetti allineando nove grandi sardine trasformate in tavoli cangianti, quasi dei segni grafici ed essenziali a dimostrare la capacità di lavorazione e di esecuzione
dei dettagli dell’azienda.
In questa sorta di “scatola di sardine” aperta al pubblico e declinata in forma abitabile i nove tavoli fissi al pavimento con piano di acciaio inox specchiante, sostegni dello stesso materiale e corpi laccati con vernice nera lucida, presentavano le teste dei pesci, corrispondenti all’estremità di ogni tavolo, trattate secondo diverse finiture cangianti offrendo un regesto di lavorazioni possibili e una necessaria diversità nell’unitaretà che testimoniava la lavorazione personalizzata e la flessibilità alle richieste custom-made dell’azienda.
Archetto, Firenze Pitti
Sybarite
Salone del Mobile, Milano, 2011
Polistirolo ad alta densità, rivestito in vetroresina e modellato in forma da progetto Cad-Cam, rifinito con verniciatura lucida
Archetto è una seduta bifronte collettiva inizialmente progettata per utilizzare al meglio i piccoli spazi temporanei. La forma fluida “ad arco” è allo stesso tempo estetica e funzionale: massimizza la capacità di seduta favorendo nel contempo l’incontro e la convivialità, incoraggiando la conversazione e la socializzazione. Partendo dalla quota delle seduta il dorso della struttura cresce in modo armonico seguendo la curva complessiva e configurandosi come una grande “pinna verticale”. Uno schermo-schienale separa le zone per sedersi offrendo situazioni più raccolte. Evitando gli spigoli che potrebbero dare un senso di chiusura, la seduta si svolge e avvolge su se stessa, invitando chi sopraggiunge ad accomodarsi e unirsi alla conversazione. Archetto è una seduta realizzata con schiuma ad alta densità lavorata a controllo numerico a partire da un file Cad-Cam per la massima precisione di taglio; è rifinita con una gettata di materiale liquido, un particolare tipo di vetroresina simile a quello utilizzato per gli yacht che la rende adatta all’uso in esterno; è leggera e costituita da cinque parti, facilmente assemblabili e trasportabili. Sono previsti diversi punti elettrici incassati nella base di acciaio inossidabile per permettere collegamenti per computer portatili e caricatori di piccoli strumenti elettronici.
Lights
Johanna Grawunder
Casa Privata, 2011
Acciaio lucidato
Per l’illuminazione di una scala a più livelli, in un castello di montagna recentemente ristrutturato sulle Alpi, Johanna Grawunder ha proposto un sistema di luci che, rispondendo all’esigenza primaria di illuminare il pozzo centrale formato dalla scala metallica, e di proiettare la fonte luminosa verso l’esterno, ha saputo creare una dinamica installazione di precisi segni fluttuanti realizzati da Marzorati Ronchetti per Ivan Imetton / IMDA 2011.
Un disegno verticale di segmenti luminosi chiamato “Wind”, essenziali parallelepipedi di acciaio (cm 50 x 1 x 8) con doppia lama di luce led celata lungo i lati stretti maggiori. Le scatole di acciaio, montate su cavi di acciaio posti alle estremità, sovrapposte tra loro secondo inclinazioni variabili, creano una doppia luce, verso l’alto e verso il basso, offrendo da ogni punto di vista e da ogni livello della scala la percezione completa della cascata geometrica di luce. Un gioco di riflessi e di geometrie che si confronta con il disegno lineare della scala e che denuncia il carattere sinergico di un progetto che miscela tra loro arte e design in un riuscito gioco di contaminazioni
Untitled (Thing)
Piotr Uklanski
Villa Manin – Passariano Codroipo (UD), 2007
Tubi di ferro di diversa dimensione (ø 14 cm, ø 17 cm), sabbiati e zincati, verniciati di nero in modo irregolare
Nell’ambito del consolidato progetto “Sculture nel Parco” promosso dal Centro d’Arte Contemporanea di villa Manin di Passariano, in provincia di Udine, nell’estate del 2007 furono installate quattro nuove installazioni realizzate da artisti di fama internazionale. Con l’obiettivo di fare del parco della villa, ultima dimora dogale conservatasi nel tempo, un luogo interattivo in grado di offrire scene in continuo cambiamento e di intrecciare arte e storia, tra i vari artisti coinvolti il polacco Piotr Uklan´ski, in collaborazione con la galleria Massimo De Carlo di Milano, ha proposto un segno sorprendente. Una grande mano aperta, memore per scala e messaggio paesaggistico a quella girevole costruita da Le Corbusier in India a Chandigarh, (la “città d’argento”) capitale del Punjab, all’interno del complesso monumentale del palazzo del parlamento. Quella pensata da Uklan´ski, in tubolare metallico di diversi diametri, realizzata su disegno da Marzorati Ronchetti, emerge dal prato e abbraccia dalla prospettiva del parco la lunga facciata della villa. La mano distesa gioca volutamente sull’ambiguità del suo messaggio: le dita aperte possono suggerire un saluto che accoglie i visitatori all’entrata, ma possono anche manifestare una disperata richiesta di aiuto, o ancora simboleggiare un gesto di forza e di potenza di un minaccioso colosso nascosto. Untitled (Think), quale metonimia di un individuo senza volto né corpo, simboleggia e amplifica i timori, i paradossi e le contraddizioni della società contemporanea.
Boutique Valextra
Studio Cerri & Associati
Milano, 2004
Bronzo, cristallo, legno
Affacciato sulla centralissima via Manzoni di Milano il negozio Valextra eseguito “chiavi in mano” da Marzorati Ronchetti su disegno dello Studio Cerri & Associati, esprime dal punto di vista dell’esecuzione la capacità dell’azienda a coordinare, in qualità di “capo commessa”, lavorazioni non prettamente legate alla sua specificità produttiva. Una sorta di regia complessiva nella cura dei dettagli e nell’esecuzione dell’insieme ha caratterizzato l’esperienza di Marzorati Ronchetti condotta nella costruzione di questo qualificato flagship
store, sottolineando la capacità di versatilità e di coordinamento necessari. Il progetto inaugura anzitutto sulla strada una “nuova tipologia di vetrina”; celando la vista dell’interno (da scoprire entrando nel negozio a eccezione della vista offerta dalla porta d’ingresso centrale schermata nelle ore di chiusura da una doppia cancellata di bronzo) le partizioni di facciata sottolineano i motivi storici dell’edificio disegnando una nuova “pelle” lapidea leggermente arretrata in cui trovano posto quattro “quadri” espositivi. “Finestre” uguali e simmetriche due a due, ritagliate nella pietra e in cui collocare in chiave quasi museale alcuni prodotti delle collezioni. Nell’interno ambienti dal tratto minimale, con pavimenti di pietra chiara, luminosi ed essenziali accolgono sistemi espositivi scanditi da eterei volumi di cristallo con minime strutture e giunzioni metalliche, cui si aggiungono delle eleganti armadiature a “cornice” che valorizzano le borse e gli accessori, esposti anche in teche autoportanti all’interno di uno spazio giocato sulla leggerezza e sull’uso di geometrie semplici declinate in un’atmosfera raffinata e complessa.
Ella-V
Michelangelo Giombini
Milano, 2003-2006
Ferro acidato, acciaio inox a specchio, acciaio verniciato di nero
Pensati in una prima occasione per l’evento “Earthly Paradise”, organizzato dalla rivista “Interni” a Milano per il Fuorisalone del 2003, il sistema di banconi d’appoggio “Ella-V”, composto da tre elementi distinti e affiancabili secondo le diverse esigenze d’impiego, disegnavano in quell’occasione l’angolo bar della manifestazione proponendosi come delle piccole icone scultoree oltre che come precisi elementi funzionali. Alla forma in pianta arrotondata e a “biscotto” risponde lo sviluppo verticale a doppia altezza segnato da un taglio a “V” di raccordo. Come dei blocchi di un “gioco froebeliano” a scala maggiore, i tre elementi, moltiplicabili all’infinito, possono costruire diverse geometrie ambientali, definire spazi d’incontro, rispondere a differenti impieghi come elementi espositivi per fiere e negozi, banconi bar e consolle domestiche. L’originale finitura di ferro acidato con riflessi cangianti tra il verde e il violaceo si è arricchita in occasione della Fiera Index di Dubai del 2006 con altre finiture possibili (vernice nera e acciaio inox a specchio), esempi di una palette pressoché infinita, personalizzabile ed eseguibile secondo le diverse richieste da Marzorati Ronchetti.
Weston Headquarters
Johanna Grawunder per Galerie Italienne
Paris, 2006
Acciaio lucidato, ferro verniciato
L’ingresso di una palazzina storica parigina adibita a uffici è stato affrontato da Johanna Grawunder come occasione per sperimentare un’installazione luminosa in grado di costruire un percorso emozionale dal forte impatto. Il progetto si basa sull’unione sinergica tra luce led e superficie di acciaio specchiante declinata in una serie di episodi distinti, ma parte di un unico sistema di riferimento. Marzorati Ronchetti ha realizzato tutti i manufatti dell’intervento per Galerie Italienne, portando la realizzazione sino alla fase del montaggio in sito. A fianco della scala due file prospicienti di cinque pannelli quadrangolari inclinabili di acciaio specchiante, retroilluminati e fissati a muro su perno centrale, creano una geometria variabile che si contrappone in modo poetico a quella dell’involucro murario offrendo una sequenza di assoluta efficacia. Varcata la porta a vetri, nello spazio d’ingresso un grande anello cromato, leggermente inclinato verso l’interno, funge da lampadario centrale disegnando un’aura di luce che dal bordo interno si estende al
soffitto, grazie a un sistema di tagli verticali realizzati sul dorso della struttura da cui esce la luce led celata all’interno del corpo metallico. Nello spazio successivo, aperto verso il giardino, quattro setti di acciaio, che si spingono a raggiungere il soffitto, segnano gli angoli dello spazio architettonico, seguendo l’intarsio della fascia nera a pavimento e proiettando la luce verso il muro, cancellando visivamente con un alone luminoso la connessione ortogonale tra le pareti.
Ferrari Cup
Marzorati Ronchetti Technical Division
Maranello, 2006
Acciaio inox lucidato con base verniciata
Scriveva Paolo Portoghesi: “È o non è architettura una Ferrari? Il tono di una didascalia contenuta nel catalogo del 1990 non consente dubbi: ‘La 250 Testa Rossa carrozzata da Pininfarina, e, sullo sfondo, la cupola del Brunelleschi: cinque secoli di storia dell’arte italiana riassunti in due oggetti’ … Sebbene la ‘Testa Rossa’ non abbia il contorno di tubi sinuosi di alcune delle sue progenitrici essa ha suscitato e continua a suscitare entusiasmo non solo per la sua velocità, ma anche per la sua forma e resisterebbe in modo eccellente alla verifica del trinomio vitruviano: firmitas, utilitas, venustas; purché si eviti di confondere la fermezza con la immobilità. Se poi vada o meno messa sullo stesso piano della cupola di Brunelleschi e se sia opportuno creare confini invalicabili tra produzione industriale, artigianale e artistica è problema teorico”. Senza dubbio la Ferrari è parte inscindibile del concetto di made in Italy e rappresenta l’eccellenza della produzione automobilistica nazionale nel mondo costituendo in ultima analisi un “mito” della meccanica. Per la conclusione dell’attività agonistica di un suo grande campione, Michael Schumacher, l’azienda di Maranello commissiona a Marzorati Ronchetti una coppa affettiva di riconoscimento che è realizzata volutamente “fuoriscala”, a testimoniare il trasporto dell’azienda e del team corse verso il pilota tedesco. La grande coppa in acciaio lucidato celebra gli “undici straordinari anni” di collaborazione tra la Ferrari e Schumacher e si presenta come un grande volume a calice ottagonale con una base laccata rosso Ferrari segnata da un raccordo a scacchi bianchi e neri che riprende la bandiera dei grand prix di Formula 1.
10 Corso Como Seoul
Kris Ruhs
Seoul, 2008
Lamiera acidata cerata, alluminio satinato anodizzato
“10 Corso Como Seoul”, inaugurato nel marzo del 2008 nella dinamica area urbana di Cheongdam-dong, testimonia il successo del concept store di Milano che Carla Sozzani ha fondato più di vent’anni fa e che insieme a Samsung Fashion Group intende ripetere in varie città asiatiche. La miscela di funzioni commerciali e funzionali, di ristoro e qui anche di cura del corpo, è ripetuta nello spazio su tre livelli della metropoli coreana che ripercorre le atmosfere e l’immagine dello store originale di riferimento, ma che a differenza di quest’ultimo (celato all’interno di una vecchia corte meneghina) offre su strada la sua immagine di riferimento con una grande facciata vetrata e con una scultura-icona di Kris Ruhs, simbolo totemico dello spazio retrostante. Marzorati Ronchetti ha eseguito, trasportato e montato in loco la grande scultura metallica che ripercorre in chiave contemporanea l’antica arte dell’origami con un foglio di acciaio ritagliato secondo figure fluide che si intrecciano su se stesse grazie alla piegatura a zigzag della lamiera posta in verticale. Alla grande scultura urbana si aggiungono per “10 Corso Como Seoul” le basi scultoree dei tavolini display per il bookshop (su modello di quelli dello spazio milanese) e una scultura di dimensioni minori posta sulla terrazza, le lampade a sospensione nella boutique moda donna che trasformano un parallelepipedo brunito in oggetto scultoreo ritagliando sulla superficie delle curve piegate verso l’esterno di novanta gradi, tutto costruito e verificato nello stabilimento di Cantù prima di essere assemblato in Corea.
Ekto Chair
Karim Rashid per Ivan Mietton
IMDA, 2010
Lamiera di alluminio piegata e verniciata lucida
Una sedia pensata come un unico pezzo di metallo curvato e scalfito da tagli paralleli in grado di caratterizzare la figura dell’oggetto e di creare una certa elasticità strutturale. Karim Rashid, poliedrico designer di orgine egiziana cresciuto in Canada, affronta nel suo percorso di ricerca varie scale del progetto: dall’architettura agli interni, dalla moda all’arredamento, al tema dell’illuminazione, coniugando la pratica progettuale con numerose incursioni nel mondo dell’arte e della musica. In questo progetto per una sedia metallica l’esuberanza che caratterizza la sua ricerca progettuale è evidente nelle scelte cromatiche dei soli due pezzi realizzati da Marzorati Ronchetti; blu Klein e una finitura dorata semitrasparente che trasforma la seduta in una sorta di piccolo “trono contemporaneo”. Il concetto compositivo risulta molto chiaro; da un foglio di lamiera di alluminio occorre plasmare, senza alcuna connessione meccanica di pezzi indipendenti, l’intera sedia finita. Questa si sviluppa e prende forma in modo plastico e avvolgente offrendosi come un monolite alleggerito figurativamente da una serie di tagli paralleli che portano la figura compiuta a ricordare un sistema vertebrale in bilico tra regno animale e vegetale.
Reverb Wire Chair
Brodie Neill
Gallery “The Apartment”, London, 2010
Tondino di acciaio inox lucidato a specchio
La Reverb Wire Chair del designer australiano Brodie Neill, realizzata da Marzorati Ronchetti per Patrick Brillet, gallerista e ricercatore nel campo del design del dopoguerra e contemporaneo, e presentata all’edizione “Superdesign” londinese del 2010, è una poltrona eterea che gioca sul rapporto tra “presenza volumetrica” e leggerezza strutturale. Prodotta in edizione limitata di soli venti esemplari la poltrona segue la forma di riferimento di un vortice geometrico disegnato da un sistema di nervature di acciaio definito da un tondino ripetuto e intrecciato a formare una maglia romboidale a spaziatura variabile. I rombi si allargano verso l’esterno per congiungersi alla circonferenza dello stesso materiale, composta con il medesimo tondino di acciaio che chiude il bordo perimetrale, e restringersi verso il fulcro centrale in cui, nello spazio ristretto e a imbuto si definisce allo stesso tempo seduta e fusto di appoggio. Un oggetto che si riconduce, nella sua limpida geometria strutturale, anche alle forme plastiche della natura, nello specifico alla calla, fiore la cui origine risale a livello simbolico alle lacrime versate da Eva mentre lascia il Giardino dell’Eden e che nell’antichità della Grecia classica fu associata a valori legati alla sessualità, all’erotismo, alla fertilità. Una sedia sorprendente e sensuale leggera e “trasparente”, che rimanda e allude nella sua essenzialità e perfezione d’esecuzione a forme ancestrali proprie del mondo naturale.
Six Sides
Cristiano Benzoni
2011
Acciaio al carbonio verniciato nero opaco testurizzato
Il tavolo disegnato da Cristiano Benzoni per un appartamento privato parigino sintetizza nella sua soluzione formale e nell’approccio di tipo concettuale la metodologia del ridisegno (propria per esempio dei fratelli Castiglioni) e della reinvenzione del progetto di design. Si tratta di osservare con curiosità gli oggetti che ci circondano per cogliere il valore nel tempo di una forma o di una tipologia e poi di rivisitarne la figura nella sua complessità, in chiave contemporanea e, a volte, in funzione della sua produzione industriale. In questo caso il tradizionale tavolo da lavoro per artista su cavalletti, assunto come “archetipo” da conservare diventa un tavolo di dimensioni importanti da utilizzare sia in ufficio sia in ambienti domestici, sottolineando il carattere “anfibio” di molti arredi contemporanei. La soluzione adottata impiega la tipologia del “cavalletto” in modo innovativo e cioè utilizzandolo quale elemento trave – centrale di sostegno del piano. Questo presenta una forma esagonale allungata e una sezione ad andamento variabile allargandosi dal bordo sottile verso la connessione centrale. In questo modo le gambe del tavolo non intralciano quelle dei commensali e la figura complessiva risulta leggera enfatizzando le proprietà del materiale e la sua rigidità strutturale.
Perspectives
John Pawson
Swarovski Crystal Palace, London, 2011
Semisfera di acciaio con piano orizzontale lucidato a specchio e superficie laterale vibrata. Riflettore superiore in acciaio inox lucidato a specchio
Nell’ambito del London Design Festival 2011 John Pawson, architetto inglese di grande sensibilità, e Swarovski Crystal Palace hanno promosso un’installazione all’interno della monumentale St Paul’s Cathedral. L’installazione si concentra nello spazio della scala circolare a spirale della torre a destra dell’ingresso; qui la geometria architettonica è assunta come matrice di riferimento e il progetto di Pawson intende offrire un’enfatizzazione della prospettiva verticale dello spazio attraverso l’impiego di elementi leggeri e visivamente non incombenti, che giocano sul principio della riflessione e sulla magia dello specchio. Una semisfera di acciaio (diametro di metri 1,20) con piano lucidato a specchio appositamente realizzata da Marzorati Ronchetti, è posta al centro della scala, nel fulcro della stella di pietra disegnata a pavimento all’interno della circonferenza definita dalla scala. Al riflesso della spirale di pietra sulla superficie di acciaio specchiante si aggiunge quello distorto e affascinante creato dallo specchio convesso posto a ventitré metri di altezza nella cupola e l’ulteriore sintesi visiva creata dal cristallo concavo circolare (40 cm di diametro) posto al centro del piano della semisfera. Il gioco dei riflessi e la riduzione dell’immagine della spirale nel cristallo centrale che si trasforma in fulcro e immagine “ doppia”, specchio ridotto della stessa vista proposta dal piano di acciaio che lo sostiene, offrono un’esperienza visiva legata allo spazio storico che diventa un labirinto di geometrie avvolgenti e sovrapposte.
Slash, Circle Game
Johanna Grawunder per Ivan Mietton
IMDA, 2011
Acciaio lucidato, lamiera laccata nera e telo
Il lampadario è la tipologia di lampada domestica che dalla sua nascita ha sempre accompagnato la casa borghese ottocentesca. Luci centrali, di grandi dimensioni e figura, hanno segnato i grandi saloni dei castelli reali e dei palazzi della nobiltà, unendo la dimensione volumetrica decorativa a quella, a volte in secondo piano, della fonte luminosa. Lo stesso avviene, ed è avvenuto, per i grandi palazzi pubblici, i teatri e i luoghi dello spettacolo, le stazioni e i luoghi di transito. A tale densa e molteplice tradizione tipologica e di sperimentazione progettuale si riconducono questi due progetti di Johanna Grawunder per un appartamento privato a Parigi realizzati come pezzi unici e “su misura” da Marzorati Ronchetti per Ivan Mietton / IMDA. Nell’ingresso della casa il primo lampadario, “Slash”, si pone come un’installazione astratta composta da un primo elemento rettangolare di lamiera laccata nera con un telo Barrisol impiegato quale diffusore uniforme di luce led a colore variabile. Questa si diffonde anche come un alone superiore colorando parte del soffitto per segnare il voluto distacco tra lampada e superficie domestica. Al primo elemento di luce si aggiunge nella parte sottostante un sistema di binari sospesi, di acciaio inox a specchio, su cui sono fissati alcuni faretti cilindrici. Nel soggiorno il secondo lampadario, “Circle Game”, si propone come scultura centrale di acciaio giocata sull’incastro tra circonferenze e cilindri per comporre una figura complessa con anelli ad altezza variabile. Gli elementi illuminanti sono corredati da vetri opale colorati che aggiungono una ricca palette cromatica alla monomatericità dell’acciaio. Infine una serie di led blu colora il soffitto creando un efficace gioco di riflessi sulla superficie specchiante.
Ascent
Edward Barber & Jay Osgerby
Haunch of Venison Gallery, London, 2011
Ottone lucidato a specchio, acciaio al carbonio laccato
Giovani designer inglesi emergenti nella Londra del nuovo millennio, Edward Barber & Jay Osgerby sono oggi impegnati in molte tipologie legate al mondo degli oggetti affrontati sia dal punto di vista della funzionalità quotidiana, sia per aspetti iconici e simbolici. La torcia olimpica dei giochi del 2012 porta la loro firma e sottolinea l’aspetto simbolico della loro ricerca che la mostra “Ascent”, organizzata presso la Haunch of Venison Gallery nell’autunno 2011, la coppia dei designer ha lavorato sul concetto di “design nascosto”, custodito all’interno della memoria anche in modo inconscio. I ricordi d’infanzia dei due progettisti, Osgerby cresciuto nei pressi della base miitare della Royal Airforce e Barber affascinato dalle navi che disegnava sin da bambino, si sono concretati in una serie di oggetti che richiamano memorie formali di quei mondi lontani. Oblò lucidi e colorati con luce centrale, consolle che ricordano l’ala degli aeroplani, un lampadario fluttuante pensato come una leggera macchina volante d’altri tempi, con un’eterea struttura rivestita di carta giapponese. Una mostra di pezzi unici fortemente iconici e di grande impatto materico; Marzorati Ronchetti ha eseguito l’intera collezione a eccezione del lampadario di carta, impiegando lamiere di ottone lucidato a specchio, bombate su due lati per l’elemento scultoreo verticale e solo sulla parte sottostante il piano per la consolle orizzontale. Per i due grandi oblò conici, all’ottone lucidato, si è aggiunto l’acciaio al carbonio laccato rosso Nissan, un particolare colore dinamico e scioccante richiesto dai progettisti.
Friction Project
Thomas Heatherwick
2012
Ammonite
Etagere Noe & Duchafour Lawrance
2012
New Telescope
Giò Marconi
2012
10 Corso Como
Kris Ruhs
Milano, 1998-2002
Ferro laccato, acciaio spazzolato
10 Corso Como, concepito da Carla Sozzani, inizia la sua attività e l’innovativa formula di uno store-gallery dedicato alla moda, al design, alle arti figurative, all’architettura e alla fotografia contemporanee, nel 1990. I primi spazi sono ricavati negli ampi locali di un ex garage all’interno di un cortile. Nel tempo gli ambienti crescono su se stessi sommandosi in verticale e allargandosi alla conquista di altri locali in orizzontale, formando una sorta di innovativo “piccolo mall” merceologico e culturale ripetuto come formula vincente anche in altre realtà geografiche. La sommatoria funzionale dell’ampio store multifunzionale vede integrati in successione una galleria espositiva, la libreria, lo spazio per la musica, la boutique di moda e design, il ristorante e il bar, il cortile trasformato in giardino su cui si affacciano le “ringhiere” della vecchia casa milanese.
L’artista americano Kris Ruhs è chiamato per caratterizzare gli ambienti e configurare una serie di arredi espositivi unici (come i tavolini dalla base scultorea in ferro del bookstore) e dalla forte immagine realizzati da Marzorati Ronchetti come il bancone in curva del bar ristorante. Il materiale prescelto per le basi dei tavolini è il ferro laccato con il tondino di acciaio arrugginito, mentre l’acciaio spazzolato dalle sfumature iridescenti scandisce il bancone centrale del ristorante. Qui Marzorati Ronchetti ha realizzato arredi di servizio e tutte le sedute su disegno, le ampie vetrate e il soffitto che ripete la maglia metallica quadrangolare delle partizioni verticali con vetri lavorati interposti retroilluminati.
Boutique Alain Journo
Ron Arad Associates
Milano, 1999
Acciaio inox
Il rinnovo del negozio di Alain Journo nella centralissima via della Spiga a Milano, già disegnato da Arad nella prima versione nel 1993 e sempre realizzato da Marzorati Ronchetti, risponde alla richiesta di estendere la superficie di vendita al piano seminterrato creando una continuità con lo spazio esistente. La soluzione proposta è quella di creare un ambiente unitario organizzato intorno a un sistema di pianerottoli-scala che, nonostante la limitata dimensione del negozio, sappia amplificare visivamente la cornice architettonica per le collezioni e allo stesso tempo organizzare in modo innovativo il percorso espositivo e di vendita. Piccole rampe di gradini e piani tra loro connessi si sviluppano nel negozio organizzando dall’ingresso un piccolo ballatoio che si affaccia verso l’interno per poi salire e scendere in un movimento continuo e un po’ escheriano, in un ambiente bianco segnato dal colore dell’acciaio inox impiegato per la definizione delle borchie a muro adibite a ospitare gli elementi di appenderia in modo flessibile, dal bancone della cassa a forma di ameba stilizzata e simmetrica, figura che si ritrova a soffitto, circondata da una lama di luce a mo’ di efficace lampadario planare, ma soprattutto dalla balaustra che caratterizza fortemente l’intera boutique. Il nastro d’acciaio inox piegato su se stesso e imbullonato su due punti in modo da disegnare una figura continua e modulare che ricorda le lavorazioni plissettate sartoriali e allo stesso tempo i sapori dell’architettura barocca, segue gradini e pianerottoli disegnando una scena suggestiva e avvolgente.
Illy Headquarter
Luca Trazzi
Trieste, 1999
Acciaio inox a specchio
Un progetto di macroarredo pensato da Luca Trazzi come “oggetto simbolico”, in grado di rappresentare l’eccellenza del marchio Illy, l’unicità e la qualità del suo ottimo caffè. Questo è il compito che il bancone di acciaio, forte e inequivocabile monolito specchiante, tende a rappresentare interpretando allo stesso tempo la tradizione dello spazio del caffè-bar italiano, le modalità del consumo “al banco” e la veloce degustazione di un gusto e di un aroma apprezzati in tutto il mondo. A forma di ferro di cavallo allungato, dai bordi smussati e tondeggianti a sottolineare l’andamento plastico d’insieme, il bancone bar per Illy già nella sua forma definisce uno spazio, riflettendo sulla sua superficie quello che lo circonda. Il logo centrale dell’azienda emerge dai riflessi dell’acciaio per identificare qualitàed eccezionalità dell’arredo con la filosofia del gruppo, secondo cui “ciò che è buono non può che essere bello e viceversa”. Un arredo pensato per rappresentare quindi uno dei migliori caffè nazionali e che si trova non solo all’interno dell’azienda, ma anche nell’ambito di fiere e manifestazioni espositive come icona riconoscibile itinerante.
Imperial College Business School
Foster & Partners
London, 2000-2004
Acciaio inox micropallinato
Il nuovo ingresso dell’estensione dell’Imperial College Business School, parte dell’ampio campus universitario che ha visto impegnato lo studio Foster & Partners dall’inizio degli anni novanta, è stato pensato come una sorta di piazza coperta, che aggiunge uno spazio a tutt’altezza, sviluppato per sei livelli, alla facciata pre-esistente che è trasformata in “fronte interno”. Il nuovo volume riqualifica l’immagine della scuola e si pone come un nuovo leggero landmark a livello stradale, nel paesaggio urbano di Exhibition Road. Nell’interno del nuovo atrio, luogo d’incontro e sorta di spontaneo “social forum” per studenti e insegnanti, la reception diventa un fulcro prospettico di riferimento, punto informativo e cerniera di diramazione dei flussi di studenti e visitatori. Disegnato da Foster & Partners e realizzato da Marzorati Ronchetti, il lungo bancone di accoglienza si caratterizza per l’assoluta pulizia formale e l’aspetto monolitico, dato anche dal trattamento opaco dell’acciaio impiegato. Leggermente rialzato dal pavimento di pietra grazie a un forte scuretto rientrante, che corrisponde alla quota rialzata di calpestio retrostante, il lungo monolite metallico, privo di visibili segni di giunzione, e dai bordi leggermente arrotondati, presenta un piano di appoggio rivolto verso il pubblico collocato a quota inferiore rispetto al livello principale, ottimizzando la praticità d’impiego e arricchendo la figura complessiva.
Borgo Gropparello
Marzorati Ronchetti Technical Division
Piacenza, 2004-2007
Bronzo acidato, legno, acciaio sabbiato e metallizzato effetto bronzato, acciaio inox lucido
Il recupero del borgo di origine castrense denominato Castel de’ Rossi, ha impegnato per tre anni l’Ufficio Tecnico di Marzorati Ronchetti che ha lavorato su varie tipologie con diversi impieghi di materiali, traducendo in progetto e in relative realizzazioni i desideri dell’appassionato proprietario, che in chiave contemporanea ha ripercorso la figura del dilettante settecentesco. Eseguite le lavorazioni metalliche, come il portoncino di sapore antico in bronzo acidato, i parapetti e arredi per esterno di ferro sabbiato a effetto bronzato, le parti di acciaio inox della cucina e delle docce, gli arredi di bronzo, Marzorati Ronchetti ha fornito anche i mobili di legno di rovere in massello dimostrando la capacità di una regia estesa dal particolare al generale che ha visto impegnate capacità artigianali di vario genere.
HBOS Chandelier
Speirs & Major Associates
Edinburgh, 2005
Acciaio inox lucido, tessere di cristallo curvate e sabbiate
A Edimburgo, nel 2006, è stato completato il restauro, adopera dell’architetto Malcom Fraser, della storica sede della Bank of Scotland, un edificio con cupole e pinnacoli costruito nel 1806, riconosciuto landmark della città. Tutti gli ambienti sono stati riportati allo stato originale, restituendo le atmosfere di un tempo e recuperando decorazioni e spazi. Nell’ambito della complessa opera di restauro nella monumentale Bryce Hall (lo spazio centrale di rappresentanza dell’edificio) si è scelto di introdurre un elemento contemporaneo (l’unico presente in tutto il progetto): un grande lampadario centrale disegnato dai light designer Speirs & Major. La figura e la tipologia dei classici lampadari di cristallo sono riprese dai progettisti nella sola forma circolare a sospensione centrale, qui risolta con due circonferenze di diversa dimensione innestate una nell’altra. Un primo cerchio di tre metri di diametro, composto da piccole lastre di cristallo extrachiaro curvate e sabbiate secondo un disegno definito dai progettisti, ne contiene un secondo di due metri di diametro che ne ripete materiale e figura. Ogni lastra è fissata a una struttura interna portante con borchie di acciaio inox lucido. Nell’interno un fusto appuntito dello stesso materiale sostiene l’intreccio delle luci; ottanta lampade sono fissate con altrettanti supporti orientabili a formare un efficace intreccio di punti luminosi racchiuso dalla doppia geometria di vetro.
180 Great Portland Street
Lifschutz Davidson Sandilands
London, 2006
Acciaio lucidato a specchio martellinato, acciaio satinato, cuoio e vetro nero trasparente
Nel centro di Londra la hall d’ingresso di questo palazzo per uffici si articola in uno spazio regolare cui si affianca sulla sinistra il percorso di accesso agli ascensori enfatizzati da un taglio a soffitto che cattura la luce zenitale naturale. La scelta progettuale è stata quella di sottolineare in un’unica figura di sintesi lo spazio occupato dal banco reception e dal blocco ascensori che gli sta alle spalle, rivestendo le superfici di pareti e soffitto con una spessa “pelle” di legno. Alla scatola di riferimento così ottenuta è stato applicato un ulteriore layer materico di riferimento realizzato da Marzorati Ronchetti: una serie di diciassette pannelli di acciaio inox a specchio martellinato affiancati uno all’altro e sospesi tra pavimento e soffitto che riflettono e stemperano le immagini dello spazio dell’intorno. Ulteriori elementi compositivi che concorrono alla definizione della grammatica complessiva sono il bancone reception e la lunga panca lineare che fronteggia l’installazione artistica sulla parete di destra. Entrambe di acciaio satinato dai bordi arrotondati, privi di segni di giunzione e dalla superficie perfettamente uniforme, i due arredi presentano degli inserti di cuoio imbottito capitonné a motivo romboidale impiegati rispettivamente come fronte verticale per la reception e quale seduta orizzontale per parte della panca rettilinea.
Mandala del Cantiere
Studio Italo Rota & Partners
Biennale di Venezia, 2006
Acciaio inox lucido e verniciato
Per la Biennale di Architettura veneziana la DARC (l’allora Ministero per i Beni e le Attività Culturali) dedica alcune riflessioni al tema del cantiere, delle opere pubbliche e dell’immagine che l’organizzazione del lavoro edile trasmette nel nostro Paese. Italo Rota sintetizza in forma simbolica e quasi esoterica le figure, i segnali e le attività primarie del “cantiere” organizzate in quattro famiglie iconografiche di riferimento: “Lavarsi, Vestirsi, Pianificare e Nutrirsi”. L’iconografia come simbolo di un lavoro quotidiano, declinata in quattro grandi tabelloni quadrangolari, trova collocazione quale facciata di un cubo sospeso per un padiglione dalla base di acciaio a specchio segnata da quattro cariatidi dello stesso materiale raffiguranti l’operaio edile con tanto di caschetto protettivo.
L’installazione, interamente realizzata da Marzorati Ronchetti, trovava collocazione nel giardino di fronte al Padiglione Italia proponendosi come un forte segnale simbolico.
Come scriveva in quell’occasione Mario Lupano, “Il Mandala [è] un’architettura segnaletica con esplosioni-implosioni grafiche di Giorgio Camuffo derivate dai segnali e dalle simbologie che regolano il funzionamento del cantiere contemporaneo. Questo momento introduttivo esalta un’idea di cantiere come macchina dell’immaginario collettivo popolare e pur tuttavia elitario, fatto di eccellenze tecniche, di misteriosi linguaggi che governano altrettanto misteriosi rituali e così via”.
Ribbon, Hilton Park Line Hotel
United Designers Europe
London, 2008
Ottone lucido e ottone acidato
Presentata ancora in fase di lavorazione presso la Triennale di Milano durante il Fuorisalone del 2006, la grande scultura a nastro è sospesa oggi al centro del ristorante dell’Hilton Park Lane di Londra dove emerge, fluttuando sospesa al soffitto, quale fulcro visivo di riferimento. Realizzato in due nastri di ottone a diversa finitura (lucido e acidato) che si abbracciano tra loro in modo apparentemente casuale, la scultura Ribbon si sviluppa per 13 metri di lunghezza scintillando nel vuoto e valorizzando le proprietà del materiale impiegato. Inventando una sorta di nuova tipologia, il lampadario a luce indiretta orizzontale Ribbon è composto da due lunghe fasce di ottone con spessore di 3 millimetri e larghe 45 centimetri che, avvolte tra loro in un intreccio scultoreo, sono incorniciate da un’ampia nicchia ricavata nel controsoffitto caratterizzata da una luce indiretta che si diffonde da tutta la gola perimetrale. La luce rimbalza sulla scultura che diventa elemento rifrangente a geometria variabile, in modo da disegnare diversi e mutevoli riflessi, caratterizzati dalle piegature e dall’andamento del corpo complessivo, dalla lucentezza dell’ottone lucidato che si unisce al tono più cupo dello stesso materiale anticato. Un manufatto ibrido che oscilla tra installazione artistica e oggetto luminoso, che sottolinea la cura di esecuzione e di finitura che Marzorati Ronchetti persegue con attenzione in ogni scala d’intervento.
Unititled (The Fist), Untitled (Bloody Sunday)
Piotr Uklan´ski
Milano, 2007
Acciaio verniciato
“Domanda: che cosa hanno in comune il Comunismo, il Partito dell’Amore, le colate di sangue, il concetto di Eurotrash e la top model Stephanie Seymour? Risposta: Piotr Uklan´ski”. Così veniva introdotta la personale dell’artista presso la Galleria Massimo De Carlo di Milano nel dicembre del 2007. Piotr Uklan´ski nasce a Varsavia nel 1968. Studia pittura all’Accademia di Belle Arti di Varsavia e fotografia alla Cooper Union School for Advancement of Science and Art di New York. Riesce a imporsi sulla scena artistica newyorkese verso la metà degli anni novanta con un’opera emblematica – Untitled (Dance Floor) – una scultura che riunisce in sé l’eredità del minimalismo e la mescolanza di arte e spettacolo tipica dell’età contemporanea. Dividendosi fra Varsavia e New York, Uklan´ski dà vita a un’opera proteiforme, che utilizza le più differenti tipologie di media (scultura, fotografia, collage, performance e film) e assorbe indistintamente i più svariati riferimenti culturali. In questa installazione dedicata al “pugno chiuso” e alla lotta di classe (immortalata nel sangue colante della tela sul retro che richiama al Bloody Sunday, termine con cui si indicano gli eventi terroristici accaduti nella città di Derry, in Irlanda del Nord, il 30 gennaio 1972, quando il I Battaglione del Reggimento Paracadutisti dell’esercito britannico aprì il fuoco contro una folla di manifestanti per i diritti civili, colpendone ventisei e uccidendone quattordici) Piotr Uklan´ski ricorre a Marzorati Ronchetti per la realizzazione della sagoma del pugno chiuso, in tubolare metallico verniciato, fissata a terra con due piastre imbullonate.
Knighton House
Archer Architects
London, 2007
Acciaio inox lucido
La reception e lo spazio di attesa di questo ufficio londinese sono caratterizzati da una ricercata esuberanza cromatica e compositiva. La parete policroma in curva di parallelepipedi sovrapposti in plastica retroilluminati fa da sfondo all’installazione luminosa composta da un vortice di luce al neon sospeso al soffitto, che richiama in modo diretto la famosa opera di Lucio Fontana pensata per sovrastare lo scalone d’onore della IX Triennale milanese del 1951, nell’ambito del progetto di allestimento di Luciano Baldessari; un magico nastro di luce che oggi, riprodotto, svetta su piazza Duomo dalle sale del nuovo Museo del Novecento di Italo Rota. A enfatizzare questo paesaggio d’interni londinese i pilastri strutturali dell’edificio sono stati uniformati e trasformati in possenti colonne cilindriche di acciaio specchiante, prodotte e installate da Marzorati Ronchetti, che riflettono luci e colori dello spazio complessivo. Si tratta di presenze iconiche di riferimento, monoliti di acciaio che si distaccano per materiale e figura dalla grammatica compositiva dell’ambiente di cui però fanno parte e con cui instaurano uno stretto legame di contrappunto armonico che concorre alla valorizzazione della scena d’insieme.
Isaia
James Irvine
Milano, 2008-2009
Acciaio verniciato e cristallo
La scala è il manufatto che da sempre ha accompagnato l’elevarsi di ogni architettura; la sequenza delle linee orizzontali disegnata dai gradini costituisce il rapporto, la connessione, tra costruzione e terreno che l’accoglie, definendo la misura dell’altezza complessiva. La scala è direttamente associata all’atto del salire e lo sviluppo della rampa, il suo articolarsi e frammezzarsi con pianerottoli interposti permette di percepire lo spazio di ogni architettura e il suo crescere in altezza. È chiaro come all’aspetto tecnico, costruttivo e misurabile della scala si associ un valore simbolico in grado di definire una teoria dello spazio architettonico pensato come un piano-sequenza in verticale.
Gustave Flaubert nel suo semiserio Dizionario dei luoghi comuni (1850-1880, prima edizione postuma 1913) affermava che “gli architetti sono tutti stupidi; dimenticano sempre le scale”, sottolineando come senza la scala lo spazio appaia incompleto e muto. La scala che James Irvine ha pensato per il negozio Isaia di Milano, realizzata da Marzorati Ronchetti in acciaio verniciato e cristallo, sottolinea lo sviluppo dello spazio verticale proponendosi come elemento compiuto e indipendente. Staccata volutamente dai muri cui si accosta, la scala è pensata come sequenza continua di piani orizzontali fissati tra loro da un blocco centrale a formare una struttura continua, un nastro percorribile essenziale per geometria d’insieme e sviluppo complessivo.
New Penderel House
T&T Properties
London, 2010
Acciaio inox lucido a specchio martellato
L’ingresso al piano terreno di un palazzo per uffici in High Holborn a Londra è stato oggetto di un’installazione materica da parte di Marzorati Ronchetti che ha saputo trasformare un muro cieco e inespressivo in una parete riflettente e magica, in grado di caratterizzare l’immagine e l’atmosfera dello spazio di accoglienza e di distribuzione ai vari livelli. Cinque grandi pannelli di acciaio lucido martellato a mano si affiancano in modo continuo creando un grande quadro sospeso che riflette, distorcendola in modo quasi pittorico, l’immagine dello spazio prospiciente e il flusso dei visitatori di passaggio. Le lastre, distaccate dalla parete, sono “incorniciate” da un fascio continuo di luce che si diffonde dal retro creando un’aura scintillante che sottolinea e valorizza la “pelle architettonica” di acciaio calata nell’interno. Un’installazione che rilegge il filone della minimal art inaugurata negli anni sessanta da Donald Judd in cui geometrie elementari, estendendosi nello spazio reale, rivelavano un allontanamento irreversibile dalla pittura a favore della tridimensionalità. Così, invece di suggerire uno spazio illusorio, Judd si serviva di un’arte veramente astratta per usare e definire lo spazio reale. I pannelli di acciaio collocati nella New Penderel House londinese seguono lo stesso principio valorizzando al meglio il materiale impiegato.
Galerie Downtown
Jean de Piépape
Paris, 2010
Acciaio inox vibrato, pelle rossa e laminato plastico
La Galerie Downtown di François Laffanour è un riferimento obbligato a Parigi per chi si occupa di design e modernariato, di arredi e oggetti legati alla tradizione dei maestri del progetto francese (da Jean Prouvé a Pierre Chareau, da Le Corbusier a Charlotte Perriand), per arrivare ad autori contemporanei di cui la Galerie propone pezzi unici, edizioni limitate, libri e pubblicazioni. Recentemente agli spazi storici della Galerie in rue de Seine 33 si sono sommati quelli poco distanti ristrutturati da Jean de Piépape, che ha previsto sopra un pavimento di marmo bianco un mobile reception di fianco all’ingresso realizzato da Marzorati Ronchetti. L’arredo si compone di due elementi monolitici tra loro incastrati in modo perpendicolare: il bancone a filo muro è “distaccato” dal pavimento lapideo grazie a uno scuretto rientrante, mentre il mobile contenitore a quattro ante raggiunge il soffitto. I bordi tondeggianti e la finitura “invecchiata” della superficie metallica trasformano l’incastro volumetrico dell’arredo in una sorta di contrappunto materico rispetto al bianco dell’involucro architettonico. Effetto sottolineato dal piano di lavoro di cuoio rosso illuminato, come l’alzata interna di laminato plastico dello stesso colore, che produce un misterioso quanto affascinante acceso riverbero sulla parete retrostante.
Pear Tree Court
Buckley Gray Yeoman Architects
London, 2011
Acciaio al carbonio acidato, Corian
L’aspetto di questo ingresso per un complesso direzionale londinese si riconduce alla palatte materica del loft (pareti bianche, pavimento in tavole di legno, colonne di ghisa, materiali naturali) e allo stesso tempo alla dimensione figurativa delle migliori espressioni dell’Arte povera per quanto riguarda l’installazione metallica a parete realizzata da Marzorati Ronchetti con grandi lastre di acciaio al carbonio acidato. La parete cieca di mattoni a vista che si sviluppa a sinistra dell’ingresso è stata ricoperta da una serie di lastre di lamiera affiancate, sospese tra pavimento e soffitto e distaccate dal muro in modo da rettificare la rientranza dovuta a pilastri e setti d’angolo. L’installazione è retroilluminata in modo da enfatizzare l’effetto di distacco e di fluttuazione della materia nello spazio come in alcune opere dell’artista greco Jannis Kounellis, maestro dell’Arte povera che all’inizio degli anni sessanta, insieme a gruppo di giovani artisti, sentì la necessità di contrastare l’arte considerata “tradizionale”, riscoprendo il valore e la purezza dei materiali più poveri, oltre a decontestualizzare la natura stessa all’interno di spazi solitamente adibiti a mostre d’arte. La lamiera nera, “cruda” e resa nobile dalla ceratura a mano, è ripetuta in questo ingresso per parte del bancone reception su cui è collocato, in un gioco di forme elementari sovrapposte, un blocco grigio in Corian di schermatura che riprende il colore della porzione del pavimento che fa da base di appoggio al punto informazione.
Louis Vuitton
Buckley Gray Yeoman Architects
Milano, 2011
Acciaio inox lucido, legno e cuoio, cristallo
All’interno del quadrilatero della moda milanese, nella centralissima via Monte Napoleone, il negozio di Louis Vuitton segue la nuova immagine dei flagship store definiti dallo studio americano Peter Marino Architects. Marzorati Ronchetti per Exa ha realizzato il grande infisso dell’ingresso e le due complesse scale interne. Queste ultime si offrono come elementi distributivi di richiamo all’interno della generale grammatica compositiva del punto vendita, elementi che alla leggerezza del cristallo uniscono l’acciaio inox a specchio, il legno di teak dei gradini e alcuni preziosi dettagli come i listelli di acciaio antisdrucciolo interposti nel massello ligneo e il cuoio di rivestimento del corrimano a sezione ellittica. La scala lineare, che collega il piano terreno all’interrato, offre nel suo sviluppo la visione dello spazio a doppia altezza ricavato centralmente allo spazio vendita. La leggerezza d’insieme è sottolineata dai gradini a sbalzo sostenuti da un trave centrale rivestito di acciaio lucido. Un parapetto dello stesso materiale e con medesime finiture segna al livello di arrivo l’intero perimetro del vano della scala offrendosi quale elemento complementare conclusivo. La seconda scala conduce dal piano terreno al primo, seguendo un andamento più articolato, con quattro rampe interrotte da pianerottoli. La scala ripete materiali e finiture, dettagli e particolari di quella precedente, enfatizzando la percezione del rivestimento di acciaio lucido, che accoglie in alcuni punti dei faretti a incasso, e riflette secondo geometrie sovrapposte e spezzate l’intero ambiente dell’intorno.
Marni, 1999
Future Systems
Milano, 1999
Acciaio inox a specchio, cristallo
Nel 1999 Marni, la casa di moda milanese che proponeva i suoi capi di abbigliamento attraverso lo strumento del mail order, decide di aprire il primo flagship store in Sloane Street a Londra e subito dopo nella centralissima via Spiga all’interno del quadrilatero della moda milanese. L’idea è quella di declinare per colori diversi uno “spazio totale” ad alto grado emozionale, in cui dall’ingresso e dalla vetrine pensato di volta in volta come schermi trasparenti, come lenti-occhi che inquadrano il negozio come un obiettivo fotografico fish-eye (nel caso di Milano), si offre nell’interno un ambiente a “geometria liquida” in cui un colore acceso avvolgente (blu a Londra, rosa-arancio a Milano) fa da sfondo a un sistema di display di acciaio inox lucido pensato come sorta di “giardino artificiale” tradotto in steli e pistilli ricurvi, piani bombati, “aiuole” antiscivolo specchianti (la soglia d’ingresso), soffitti riflettenti e, soprattutto, dove le collezioni diventano parte integrante dell’installazione, capi sostenuti da speciali grucce di plastica traslucida su disegno, unendo al lato commerciale quello della dimensione architettonica dell’interno controllata da un’attenta regia d’insieme. Marzorati Ronchetti realizza l’intero negozio con particolare cura per le parti metalliche in curva eseguite con assoluta perfezione.
Villa Privata
Nicoletta Colombo
Muggiò (Milano), 2003
Acciaio verniciato, acciaio satinato, vetro acidato, serramento con finitura interna di ferro verniciato ed esterno di alluminio
Elemento di riferimento visivo dell’intera costruzione è la doppia scala di acciaio e vetro che si sviluppa lungo la vetrata su disegno sia nell’interno, sia nell’esterno come un “Giano bifronte”. L’immagine della scala filtra come un apparente riflesso dalla speciale vetrata, composta di lastre di cristallo blu all’esterno, in modo da schermare durante il giorno la visibilità dell’ambiente interno, dove invece è trasparente. La rampa di salita, interrotta da un pianerottolo è composta da una trave centrale, parte dell’infisso e in cui si incastra anche il complesso sistema del vetrocamera che presenta una leggera sabbiatura della lastra di vetro nel lato interno, e che evita ogni tipo di taglio termico anche in corrispondenza della trave di sostegno grazie all’impiego di un pannello di polizene, un isolante rigido ad alta densità. I gradini a sbalzo presentano, fissate su un’essenziale struttura portante, le pedate di vetro stratificato (tre lastre da 10 mm sovrapposte con bordo lucido) acidato antisdrucciolo con una linea centrale trasparente in corrispondenza della linea di luce a basso consumo elettrificata dalla trave di riferimento in mezzeria. Sia all’interno, sia all’esterno, la scala luminosa è corredata da un parapetto di acciaio satinato che prosegue in facciata a completare il profilo del terrazzo che segue, segnandolo, il movimento e l’incastro dei volumi.
Office Lobby
Progetto CMR
Milano, 2006
Acciaio inox e vetro, acciaio spazzolato, legno laccato
La tradizione a caratterizzare in modo compiuto le lobby affacciate su strada dei palazzi per uffici delle city del mondo anglosassone non appartiene alle città storiche italiane dove i palazzi, in genere antichi, mantengono la loro figura originaria con il portone monumentale che interrompe il forte zoccolo architettonico dell’edificio, per segnare l’accesso alla corte interna o al vano scala che rimangono quasi sempre celati rispetto alla città. Questo progetto, a cura di Progetto CMR per conto di Tishman Speyer e coordinato da Structure Tone, nel centro di Milano a poca distanza dal Teatro alla Scala di Giuseppe Piermarini, emerge come eccezione in un edificio d’angolo costruito negli anni settanta. L’idea è quella di estendere la scena stradale verso l’interno e di pensare all’ingresso del palazzo per uffici come prolungamento dello spazio pubblico tradotto in chiave d’interni. La base dell’edificio diventa così una vetrata continua che si estende sui due lati d’angolo della costruzione; i pilastri si trasformano, grazie a dei carter di acciaio applicati, in colonne a sezione ellittica, mentre una porta motorizzata a tre ante girevoli di acciaio inox e vetro segna l’angolo di accesso. L’architettura della “nuova base” trasparente dell’edificio si arricchisce poi di un elemento-pensilina in aggetto che si propone come un forte e lineare cornicione contemporaneo autoportante di acciaio inox spazzolato, esteso per una lunghezza di circa quaranta metri, elemento architettonico d’innesto nella facciata preesistente che rende compiuto il senso e la figura dell’intervento. Nell’interno, sopra il pavimento di marmo bronzetto esteso anche a parte del marciapiede, trova ubicazione il banco reception di legno laccato e acciaio, realizzato su disegno come tutto l’intervento di Marzorati Ronchetti.
Tony Boutique
Silvia Scarpat
Magenta (Milano), 2008
Zinco, acciaio inox, acciaio laccato, cristallo
Una boutique multimarca nella provincia di Milano è stata il tema progettuale affrontato da Silvia Scarpat, che ha saputo creare un paesaggio d’interni ricco di episodi materici e di un’accurata regia d’insieme in grado di valorizzare al meglio le collezioni esposte e i singoli accessori. Il tema dell’esposizione delle borse, per esempio, è stato affrontato con una parete di zinco scandita da una fitta tessitura a tasselli quadrangolari montati a diverse profondità per rendere tridimensionale l’intera superficie parietale.
In questa sorta di mosaico metallico monomaterico con variazioni cromatiche dettate dalla materia lavorata, è collocata una serie di nicchie espositive, rifinite in acciaio inox specchiante, che ospitano le borse, illuminate dall’alto tramite faretti incassati. Al forte segno della parete di zinco risponde negli ambienti interni un paesaggio in cui emergono pezzi e arredi di design dal forte carattere e dai colori accesi che, impiegati in chiave di fulcri emergenti, sono affiancati da una serie di arredi ed elementi di display su disegno in cui il metallo e la sua accurata lavorazione appaiono come riferimenti guida. Volumi di cristallo con base di acciaio, tavoli, tavolini, basi di appoggio e mensole illuminate di acciaio laccato bianco, elementi contenitore con piano di acciaio trattato opaco, insieme a particolari d’appenderia di acciaio inox, tutti eseguiti da Marzorati Ronchetti, concorrono a definire la raffinata e lineare scena di vendita in grado di accogliere capi e accessori delle migliori griffe della moda contemporanea.
Central Park Penthouse
Studio Droulers Architecture
New York, 2008-2009
Ottone bronzato lucido e opaco, bronzo, alluminio laccato
All’ultimo piano di un prestigioso palazzo residenziale affacciato sul Central Park newyorkese lo studio Droulers Architecture ha ricavato una lussuosa penthouse. La linea guida del progetto, in sintonia con il carattere dell’edificio, è stata quella di una ridefinizione contemporanea del gusto art déco europeo con quello degli anni ruggenti dell’America anni trenta evitando però la pratica del revival tout court e cercando invece di miscelare il sapore di quel periodo con una sensibilità contemporanea in grado di offrire un alto grado di comfort senza rinunciare alla riconoscibilità del segno del presente. All’interno della complessa regia progettuale e della raffinata palette materico cromatica Marzorati Ronchetti ha eseguito alcune parti in metallo, assunte come elementi riconoscibili del progetto. Anzitutto le grandi porte scorrevoli, ridisegno e omaggio di quelle disegnate dall’architetto Piero Portaluppi per la villa Necchi Campiglio di Milano (1932-1935), realizzate per la penthouse newyorkese in placche di ottone bronzato con un efficace rapporto tra pieni e vuoti. La stessa geometria a scatti è ripetuta nella porta in placche di alluminio laccate di bianco cui si alternano porzioni di ottone bronzato e in quella d’ingresso con un disegno più complesso, quasi un quadro astratto, composto da incastri di placche dello stesso materiale opache e lucide. Fasce di bronzo sono state inserite nel disegno del parquet, e lo stesso materiale è stato impiegato per il grande tavolo rotondo del terrazzo con piano di mosaico Bisazza.
Maison Louis Vuitton
Peter Marino Architects
London, 2010
Acciaio elettrocolorato, legno e cuoio, cristallo
Nel quartiere londinese di Mayfair, è stata inaugurata nel 2010 la Maison Louis Vuitton. L’intero spazio è stato curato e progettato da Peter Marino che ha operato con discrezione per l’esterno, inventando una maglia metallica chiamata a fare da “filtro” tra esterno e interno, per coprire parte delle vetrine ed essere ripetuta come superficie espressiva anche negli interni. Questi invece offrono un’immagine che nulla ricorda degli edifici che li accolgono, organizzando un percorso avvolgente scandito da una complessa e ricchissima palette materica e decorativa, in grado di caratterizzare in modo compiuto gli spazi dedicati alle diverse collezioni. Varcata la porta d’ingresso, eseguita da Marzorati Ronchetti, e superata la passerella di accesso in vetro una scala dello stesso materiale parallela alla facciata presenta nell’immediato un taglio verticale che offre la vista dei tre livelli sovrapposti aperti al pubblico (cui si aggiunge il terzo piano dedicato ad accogliere vip e clienti d’eccezione su appuntamento in suite dedicate). Tra i vari ambienti, al piano terreno sulla destra un suggestivo e riuscito spazio a doppia altezza è dedicato alla collezione di borse da viaggio e valigie organizzate in uno svettante display di acciaio con mensole di legno bordate di pelle. Sistema espositivo che Marzorati Ronchetti ha eseguito su disegno e installato in sito, in parte retroilluminato sulle pareti cieche verticali, ed enfatizzato nella sua verticalità dal soffitto specchiante.
Sky, Stretch, XXX
Johanna Grawunder
Singapore FreePort, 2011
Inox lucido, alluminio verniciato, telo Barrisol, specchi e Plexiglas
Per il Singapore FreePort, deposito freetax per opere d’arte provenienti da tutto il mondo, progettato dall’architetto Carmelo Stendardo, Johanna Grawunder ha disegnato tre sistemi di illuminazione traducendo in chiave di sperimentali apparecchi illuminanti la sensibilità e la tensione in genere espresse nelle sue installazioni e opere artistiche. Il progetto è declinato in tre elementi pensati per dialogare con gli spazi dell’edificio, di enfatizzarne carattere e potenzialità, assumendo come strumenti operativi la luce e la selezione dei materiali. “Sky” segna l’ingresso del deposito, disegnando il soffitto con la luce che filtra dal telo azzurro Barrisol per sottolineare la prospettiva rettilinea del percorso. Il sistema a plafone è composto da fogli di alluminio verniciato che definiscono un cono rovesciato alla cui base è tesa la pellicola Barrisol che si “accende” in modo uniforme. Alla sommità, celati nella struttura, alcuni neon creano un’area di luce e di distacco dalla struttura architettonica che rendono la lampada più compiuta e indipendente. “XXX” è stata pensata per i plafoni dei due corridoi principali; si tratta di una lunga scatola di specchi che espande virtualmente lo spazio sottostante. La superficie specchiante è incisa da strisce di plexiglas chiamate a formare una griglia geometrica modulare illuminate da led retrostanti. Infine “Stretch” illumina i rimanenti corridoi e si propone come una grande plafoniera metallica quadrangolare con telo Barrisol azzurro in grado di diffondere la luce al neon in modo ottimale. Marzorati Ronchetti ha realizzato e installato l’intero sistema unendo alle lavorazioni metalliche l’ingegnerizzazione del sistema luci.
Tiffany
Tiffany & Co
Milano, 2011
Acciaio laccato, acciaio inox, cristallo, legno laccato
Il corner Tiffany studiato da Christian Lahoude si pone come fulcro di riferimento già ben percepibile dalla strada, offrendosi sull’ingresso principale dalla via della Passerella e verso il flusso di Corso Vittorio Emanuele. L’immagine per chi entra è quella di un “angolo architettonico” con una parete-vetrina di cristallo accolta nella pelle tridimensionale del rivestimento complessivo definito da una serie di fasce di acciaio di diversa dimensione, laccate color perla e sovrapposte tra loro lasciando una fuga illuminata da led da cui emerge il tipico colore turchese chiaro del brand Tiffany. Le fasce alludono in chiave architettonica d’interni al nastro bianco delle confezioni Tiffany qui chiamate a comporre un unico ambiente avvolgente e unitario, mentre il “blu Tiffany” emerge dagli scuretti illuminati interposti all’andamento plastico delle bande metalliche. L’andamento curvilineo delle fasce di acciaio definisce esterno e interno del corner per poi declinarsi in bacheche-banconi espositivi illuminati e attrezzati internamente con cassetti e vani a scomparsa. Alcune nicchie-vetrina interrompono la superficie metallica insieme ai loghi luminosi creando un percorso espositivo verticale, complementare a quello delle vetrine ricavate nei tre banconi che segnano il perimetro di accesso verso lo spazio del grande magazzino.
Deutsche Bank
Mario Bellini Architect(s)
Frankfurt, 2011
Lamiera di acciaio al carbonio nera, cerata, vetro acidato
Mario Bellini, architetto e designer milanese, è risultato vincitore nel dicembre 2006 del concorso bandito dalla Deutsche Bank per il progetto di completa ristrutturazione della storica sede di Francoforte. Marzorati Ronchetti si è occupata della realizzazione degli interni dei piani dirigenziali pensati da Bellini come ambienti di grande eleganza dove la lamiera nera cerata (spessore 2 mm) è diventato un “materiale nobile” e di riferimento per l’intera grammatica compositiva definita dal progetto. Nella Deutsche Bank i pannelli metallici neri sono stati impiegati per porte e imbotti, per rivestire pareti a curvatura variabile, per creare dei velari incisi al laser secondo forme geometriche irregolari (qui spessore 10 mm), capaci di proporsi come schermature nelle zone d’incontro. I pannelli calandrati di pareti e spazi distributivi si interrompono prima di raggiungere il soffitto, presentando la fascia superiore retroilluminata e sottolineando il valore di “pelle architettonica” indipendente, segnata da un sistema regolare di fughe da 3 mm che ne scandiscono lo sviluppo e la successione. Di particolare rilievo è la scala interna in curva di collegamento tra le sale riunioni del 34° piano e la sala cerimonia al livello superiore. La scala si sviluppa seguendo un arco di curvatura superando un’altezza di cinque metri. Il candore della successione dei gradini di vetro acidato emerge dal fondo nero della lamiera che disegna la particolare balaustra, con corrimano cilindrico sagomato, distaccata tramite uno scuretto tinteggiato di bianco dalla quinta di appoggio di ferro calandrata che prosegue al piano superiore come elemento conclusivo di protezione.
Policlinico Italia
Fabrizio Belocchi
Roma, 2011
Acciaio verniciato, lamiere stirate
Completato alla fine degli anni cinquanta il complesso architettonico del Policlinico Italia si pone come cortina architettonica di completamento per il disegno urbano della piazza del Campidano a Roma. Tra i vari cambiamenti resisi necessari all’ospedale è emersa le necessità di creare una nuova scala esterna per collegare tra loro le zone delle camere di degenza e di garantire le necessarie uscite in caso d’incendio. L’idea progettuale sviluppata dall’architetto Fabrizio Belocchi è stata quella di creare un elemento architettonico che entrasse in dialogo con l’edificio piuttosto che rispondere sbrigativamente e in modo semplicemente “funzionale” alle esigenze emerse, seguendo la diffusa strada della superfetazione edilizia. Il nuovo corpo scala esterno, realizzato in acciaio verniciato di bianco da Marzorati Ronchetti, si offre come una balconata leggera a più livelli, che collega le due ali dell’edificio creando un elemento armonico aggettante in curva di raccordo. La scala si sviluppa nel mezzo dei percorsi aerei, all’intorno di un setto di cemento armato centrale ad arco che funge da appoggio strutturale centrale. La struttura di carpenteria, resa evidente dal progetto anche come soluzione estetico-formale, unisce a travi a H calandrate un sistema reticolare a sezione cilindrica. Le lamiere stirate, impiegate per i parapetti e per i percorsi orizzontali, concorrono a definire il senso di leggerezza e di “trasparenza” dell’insieme.
Cages Sans Frontières
Ron Arad Associates
MoMA New York, Singapore Freeport, 2009 - 2010
Acciaio Inox lucidato a specchio, Cor-ten, Barisol
Cages sans Frontières è una sorta di “arca espositiva”, un grande elemento di display autoportante in grado di accogliere oggetti, arredi e sculture, progettati da Arad nella sua densa ricerca progettuale, all’interno di una griglia metallica ortogonale sinuosa e dilatata che compone l’intera struttura. Come un foglio da contorcere secondo varie direzioni sul proprio asse orizzontale la struttura metallica formava una lunga superficie ad andamento variabile dal forte impatto plastico, in grado di rendere fluide e scultoree le rigide proprietà dell’acciaio di cui è composta. Liberata dai pannelli di corian necessari per l’allestimento della mostra al MoMA, Cages sans Frontières è oggi collocato nella corte interna a tutt’altezza, aperta verso il cielo attraverso un soffitto di cristallo, del Singapore FreePort. Qui l’arca da eccezionale elemento di display assume il valore di opera di design ambientale in sé, installazione compiuta e dinamica, che sembra ricordare una fiera in gabbia, in procinto di scappare dalla sua stanza dorata. L’eliminazione dei pannelli valorizza i riflessi dati dalle fodere dei vani di acciaio inox specchiante e sottolinea l’andamento plastico d’insieme e la strabiliante capacità di lavorazione a cura di Marzorati Ronchetti. Dalla luminosa copertura di vetro schermato del soffitto scende una serie di lampade disegnate da Johanna Grawunder e ancora prodotte da Marzorati Ronchetti; essenziali parallelepipedi tra loro ortogonali, di acciaio e cristallo con led a vari colori che aggiungono, con leggerezza e sensibilità, un valore artistico all’installazione complessiva.
Ladurée, Harrods
Studio Panetude
London, 2006
Lamiera di acciaio pressopiegata laccata, ottone e foglia d’oro
La storia del salone da tè parigino Ladurée risale al 1862, quando Louis-Ernest Ladurée apre una panetteria al numero 16 di rue Royale. La ricca decorazione degli spazi interni è affidata a Jules Chéret, celebre cartellonista dell’epoca,che inspirandosi alle tecniche pittoriche degli affreschi della Cappella Sistina e dell’Opéra Garnier, arricchisce la figura degli interni con fantasie dipinte sui grandi plafoni tra cui emerge l’Angelo Pasticcere che rimarrà il simbolo della pasticceria Ladurée. Il Salone de thé Ladurée permane come un simbolo di riferimento nella Parigi ottocentesca, trasformandosi nel tempo in un importante brand legato anche all’invenzione dei famosi macaron da parte di Pierre Desfontaines. Per il suo punto vendita londinese, all’interno del prestigioso grande magazzino Harrods, la pasticceria-sala da tè Ladurée, affidando la sua immagine allo studio Panetude, ha scelto un’immagine su strada che intende richiamare in modo esplicito la sua storia e il suo passato. La facciata realizzata su disegno da Marzorati Ronchetti, segue una griglia compositiva regolare organizzando all’interno delle sei partiture ottenute una grammatica decorativa di sapore ottocentesco con dettagli in ottone rivestiti di foglia d’oro, tra cui l’insegna centrale. L’intera superficie metallica di lamiera pressopiegata e i montanti strutturali che contengono le ampie vetrate e la doppia porta centrale d’ingresso sono verniciati con un morbido colore verde salvia, che risulta in sintonia e complementare alle decorazioni in cotto della facciata di Harrods.
Macro Museum
Odile Decq Benoît Cornette Architectes Urbanistes
Roma, 2010
Acciaio e vetro sabbiato retroilluminato
Odile Decq si colloca nel panorama architettonico contemporaneo in modo costruttivamente contraddittorio, proponendo un’architettura tranciante e sensuale che vuole interrogare il futuro e provocare il quotidiano. Il museo Macro di Roma si offre come un museo-paesaggio che ricuce le preesistenze industriali degli stabilimenti della Società Birra Peroni, estendendosi con un grande corpo vetrato angolare verso la città, per risucchiarla all’interno in un percorso avvolgente e dinamico che si sviluppa sino alla copertura, pensata come sorta di grande giardino-terrazza che nega il carattere introverso comune in genere all’edificio-museo e dove anche il disegno di arredi di riferimento gioca un ruolo importante. Una “passeggiata architettonica” caratterizza lo sviluppo dei suoi spazi interni i cui flussi e geometrie si affiancano al perimetro rosso acceso della grande sala conferenze centrale. Anche le toilette per il pubblico dei visitatori rientrano in questo programma e la zona che ospita i lavabi, realizzati su disegno da Marzorati Ronchetti, si offre come spazio inconsueto e sorprendente con pareti a specchio di acciaio che creano una prospettiva infinita e dove i lavabi luminosi appaiono come elementi emergenti, parallelepipedi rivestiti da lastre di vetro sabbiato retroilluminate con led bianchi e rossi e con un piano scultoreo che crea avvallamenti sinuosi dal forte impatto plastico.
Phantom Restaurant all’Opéra Garnier
Odile Decq Benoît Cornette Architectes Urbanistes
Paris, 2011
Acciaio e vetro sabbiato retroilluminato, specchio
Il monumentale teatro dell’Opéra Garnier parigino è uno dei simboli dell’architettura eclettica francese della seconda metà del XIX. In questo indiscusso monumento della città e della Francia in senso lato, è stato inaugurato il nuovo ristorante Phantom (il cui nome si riconduce al noto romanzo Il fantasma dell’Opéra che lo scrittore Gaston Leroux ambientò proprio negli ambienti del grande Teatro Garnier), frutto di un concorso di architettura che ha visto vincitore lo studio di Odile Decq. L’intervento ha interessato un padiglione che è parte del teatro, ma che si configura in modo quasi autonomo e compiuto, individuato precedentemente come la “rotonda degli Abbonati all’Opéra”, nel cui porticato sostavano le carrozze del pubblico in arrivo. Nonostante le limitate dimensioni il progetto del ristorante Phantom contiene delle linee guida di grande spessore dal punto di vista della metodologia d’intervento in importanti palazzi storici, delineando un metodo progettuale che, senza rinunciare alla propria contemporaneità, agisce con attenzione e totale rispetto nei confronti della preesistenza. I lavabi dei bagni del locale, realizzati su disegno da Marzorati Ronchetti, si inseriscono nella filosofia d’insieme dell’intervento complessivo proponendosi come un oggetto compiuto staccato dall’involucro architettonico. Il parallelepipedo di vetro illuminato internamente accoglie sul piano superiore i lavandini che disegnano geometrie scavate in modo plastico, mentre una grande lama di specchi bifacciale sormonta il volume segnando una linea in diagonale in cui si riflette anche lo spazio dell’intorno.
Yacht staircase
Rémi Tessier
2011
Acciaio inox, legno
La commistione tra interni navali e interni architettonici è testimoniata oggi non solo dalla crescita dimensionale delle nuove imbarcazioni da diporto, che superano con facilità i cinquanta metri di pontile, ma anche dall’offerta all’interno dello scafo di spazi in grado di permettere nuove geometrie di riferimento non più sacrificate alla necessaria funzionalità e praticità della “vita in mare”, ma tese verso dimensioni che si avvicinano sempre più a quelle dei più esclusivi interni domestici. L’idea sembra quella di sostituire alla “villa al mare”, non più circondata da paesaggi naturali idilliaci, quella di una “villa galleggiante” dall’orizzonte mobile; una casa esclusiva spinta da potenti motori o “semplicemente” dal vento, che sembra potersi sostituire a quella sulla terra ferma, senza però rinunciare al comfort, alla libertà di fruizione degli spazi, all’eccellenza del design. L’impegno della cultura del design e dell’architettura degli interni nel campo navale, un tempo circoscritto in modo conservativo alla grammatica del legno e ottone, secondo i dettami della tradizione inglese “classica”, ha cambiato radicalmente lo scenario espressivo dei nuovi spazi degli yacht contemporanei sia dal punto di vista della dimensione, sia da quello dei dettagli. Questa scala disegnata da Rémi Tessier rientra in tale tendenza per eccezionalità del disegno, cura del particolare e perfezione esecutiva. Di forma semicircolare la scala è contenuta da un pannello di acciaio inox concluso in sommità da un corrimano in aggetto che, senza soluzione di continuità, segna il termine della superficie. I gradini di legno sono segnati da profili di acciaio, che si ritrovano come essenziali linee antiscivolo sul bordo in aggetto che presenta nella parte sottostante una linea di luce a led celata nello spessore. La finitura a specchio dell’acciaio permette un gioco di riflessi che amplifica in modo suggestivo la salita dei gradini.